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21 December 2016 @ 04:52 pm
[Yuri!!! on Ice] I'd break the back of love for you (1/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: All I have is my love for love
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Michele Crispino, Viktor Nikiforov, Emil Nekola, Jurij Plisecki
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri, Michele/Emil, bromance!Michele/Emil
Parte: 1/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory
Riassunto: Lui, a dirla tutta, un tatuaggio neanche ce l’aveva mai avuto. Era un Incompleto – per sfoderare l’ennesima etichetta buona per le caste chiuse, una roba che perdeva pezzi e scricchiolava sempre di più in un mondo in completa rotta di collisione. E già la parola doveva dire tutto sulla sua persona. A quelli come lui mancavano i sentimenti giusti, la spinta fondamentale ad amare.
Psicopatico, freddo, squilibrato, strega… in quasi trent’anni di vita – sul serio o per “scherzo” – Georgij Popovič si era visto rivolgere gli insulti più prevedibili ma anche più coloriti a riguardo di quella sua presunta menomazione.In un mondo in cui possedere il tatuaggio che ti permetterà di trovare l'anima gemella è tutto, quelli come Georgij Popovič sono considerati dei paria. Eppure, con buona pace dei bigotti, riescono a trascorrere un Natale felice circondati da amici e compagni anche più squilibrati di loro.
★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 3229
★Prompt/Traccia: #9: “Sono certo che tu sia nella lista dei bambini cattivi!” “Tu a breve sarai in quella dell’ospedale”
Note dell'autore: Ok, cerchiamo di tenere queste note brev--- ahahahahaha *novanta minuti di risate isteriche*
Prima di tutto ringrazio Fanwriter.it perché quest'iniziativa mi ha permesso di scrivere su uno dei trope che odio di più (no, non ho sbagliato a scrivere): le soulmate!AU. Che come concept non mi piacciono per nulla, quindi l'ho preso e l'ho ribaltato completamente. Perché sì.
E perché, e qui vanno i secondi ringraziamenti, se sono riuscita a concepire un'AU dove ci fossero persone senza tatuaggio con la frase del soulmate (o che violavano tutte le regole possibili legate al tatuaggio), è solo merito di Alexiel Mihawk e della sua bella "Walk like an Egyptian", dove, appunto, un po' di cliché legati alle soulmate!AU venivano messi in crisi. È stata quella long a farmi cambiare prospettiva sulle soulmate!AU, bless you, Alexiel. Leggete la sua fic, perché è BELLA.
Poi, ora: questa fic è incentrata all'80% su Georgij (anche se ci sarà un capitolo sicuramente più incentrato su Viktor e uno su Yuuri) e buona parte dei suoi gusti e di certe sue abitudini vengono fuori dai chilometri di headcanon che sto postando QUI e che sto plottando fra Facebook, Twitter e Tumblr con la comunità di Sacerdotesse del Dyosagio™ più bella di sempre. Voglio ringraziare prima di tutto @schneegurochka, deerna e @Namidery perché sanno il russo, mi informano sulle traslitterazioni scientifiche (quelle corrette, SI SCRIVE JURIJ PLISECKIJ *la portano via*) e perché è colpa loro se ho l'headcanon che Georgij sia di origini siberiane (NOVOSIBIRSK O MORTE).
Poi voglio ringraziare Cissy e selene_kun, che amano Georgij quanto lo amo io (TANTISSIMO) e che si reggono i miei scleri senza protestare, vi VOGLIO BENE.
E poi LA WAIFU SEMPRE E COMUNQUE E PRIMA DI TUTTO che mi si regge da anni e continua a reggermisi pure se la intaso di roba da betare, che lei c'ha una vita, scaricami, non puoi starmi dietro e fare tutto sto lavoro di correzione NON PAGATO.
Un paio di dritte prima di cominciare la lettura: questa fanfic sarà divisa in nove momenti tutti presi da istanti diversi di questa mega-festa di Natale organizzata nella ricca villa del sempre munifico Viktor quindi, sì, i diversi capitoli avranno una cesura finale abbastanza brusca proprio perché sono veri e propri flash di situazioni prese durante la festa. Non mancheranno i flashback angst - sono una persona orrida - e naturalmente quasi nessuno qui è un pattinatore, eccetto forse solo Sara e Michele. Gli altri hanno lavori differenti - nel caso di Viktor, Georgij, Jurij e Yuuri, tutti e quattro sono ballerini, i primi tre di danza classica, il quarto di danza moderna.
La fic è una sorta di future!fic, perché è ambientata nel 2017 (e dato che YOI è ambientato nel 2015, Viktor e Georgij fanno trent'anni, WOWONE, VECCHIARDONI *fa la scema come se non ne facesse trenta pure lei l'anno prossimo*) ed è una soulmate!AU ma l'inquadramento è molto simile a quello di una modern!AU nel nostro universo in quanto a geografia e riferimenti da cultura pop.
E questo è quanto.
Per il resto, ebbene, spero di poter completare i prossimi prompt presto, perché di roba da dire ne ho TANTA. Come sempre.
BUONA LETTURA~

Love is careless in its choosing
Sweeping over cross a baby
Love descends on those defenseless
Idiot love will spark the fusion
Inspirations have I none
Just to touch the flaming dove
(Soul Love | David Bowie)

«Grazie».

La voce di Georgij Popovič si sollevò all’improvviso, fonda e incerta, all’interno dell’abitacolo della X-Trail metallizzata, coprendo le note di “All I want for Christmas is you” e il rumore del vento che si insinuava oltre il finestrino mezzo aperto del lato passeggero.

«E di che?» berciò Michele Crispino, i piedi sul cruscotto dell’auto – la preziosa, nuova auto di Viktor, che non sarebbe stato contento di trovarci del fango secco sparso in giro – e la sigaretta mezza penzolante oltre l’orlo del finestrino.

«Di avermi tenuto quella PS4 in casa per più di un mese» proseguì Georgij, gli occhi fissi sulla strada dritta e deserta che gli si srotolava pigramente davanti. Gli alberi sfilavano di fianco a quel serpente d’asfalto scuro in due macchie verdi e indistinte, che i fari dell’auto riuscivano a malapena a illuminare per una frazione di secondo. Da qualche parte dietro la foresta c’era il lago e il suo sciabordare lento e troppo basso per superare la voce chiara di Mariah Carey.

«Mi hai chiesto il favore, male che ti andava, la aprivo e ci giocavo a Fifa 2017» rise Michele, sbuffando fuori dal finestrino una boccata densa e acre di fumo, ma non c’era nulla di divertito nella risata aggressiva e canina che tirò fuori, un latrato di puro disappunto che non sfuggì a Georgij, pure troppo concentrato nella guida. Preferiva decisamente guidare la sua moto ma sarebbe stato un casino immane portarci sopra sia il regalo per Viktor che il suo migliore amico – che tra l’altro neanche gradiva granché il freddo umido dei dintorni di Detroit, e tantomeno ritrovarselo sbattuto addosso mentre viaggiavano a cento chilometri all’ora.

«Seriamente, però… che cazzo perdi tutto questo tempo a nascondere un regalo per quello… posso capire Yuuri, è la sua anima gemella… ma tu non hai nessun obbligo di sbatterti così tanto!».

Michele strinse il mozzicone fino a spezzarlo in due e poi lo lanciò fuori dal finestrino in una mossa irata: la brace rossiccia tracciò un arco luminoso nel buio fitto che li circondava e ricadde sull’asfalto, spegnendosi rapida come una piccola meteora. Si pentì quasi subito di quell’uscita infelice – il tempo di lanciare un’occhiata all’espressione sofferente che aveva fatto capolino sul volto dell’amico – e «No, scusa… insomma… se a te la cosa sta bene, non c’è niente di male» borbottare, stropicciandosi la faccia in un gesto esasperato. Michele Crispino aveva raggiunto una sua stabilità emotiva – più o meno – nell’anno e passa di permanenza a Detroit ma non poteva cancellare le cattive abitudini di ventiquattro anni di vita con un colpo di spazzola e certi vecchi vizi ogni tanto riaffioravano con intempestiva prepotenza.

Il sorriso indulgente con cui Georgij accolse quelle sue scuse mal mormorate non migliorava la situazione. Gli ricordava la stessa pazienza insofferente con cui Sara l’aveva sopportato per anni – e sapeva benissimo quanto devastante potesse essere l’esplosione, quando finalmente arrivava.

«Vitya adora ficcanasare in giro. Non potevamo lasciare quel pacco in giro per la villa, avrebbe sciolto Maccachin il Giovane alla ricerca disperata della PS4… e poi in fondo si diverte parecchio a scervellarsi per trovare i suoi regali! E se lui si diverte… beh, sì, sono contento anch’io» sospirò Georgij con fare malinconico, lanciando un’occhiata veloce in direzione di Michele, che si ostinava a fissare la strada più che buia oltre il parabrezza, a stento rischiarata da una mezza luna gialla e brillante in un cielo che era cupo e scuro quanto la foresta di abeti.

Il suo profilo netto era indurito da una rabbia che Georgij riusciva a capire solo in parte: Michele era un Intoccabile – uno di quelli che si erano cancellati il tatuaggio e avevano rinunciato al Dono del Simposio – si era autocondannato a un’esistenza incompleta per spirito di solidarietà con sua sorella e il destino sembrava essere stato abbastanza crudele da non fargli incontrare in ogni caso l’anima gemella, quella che avrebbe dovuto pronunciare la fatidica Prima Frase. Poteva capire che temesse che Viktor e Yuuri – così completi, così perfetti assieme – potessero trovarsi al punto da escluderlo ma Georgij lo trovava a volte quasi… possessivo? nei suoi slanci protettivi.

«… quindi siete davvero riusciti a trovare un equilibrio? Non è che ti escludono e non mi dici niente, Zhora?».

Appunto.

Le luci di Villa Dulcamara risplendevano in quel mare blu notte: da quelle gialle e soffuse, che filtravano dai finestroni del soggiorno e della cucina, a quelle piccole, stelline occhieggianti che apparivano e scomparivano – rosse, verdi, azzurre, bianche – delineando a intervalli costanti la cancellata bassa che delimitava il perimetro interno del giardino e abbracciava la villetta a tre piani da tutti e quattro i lati.

C’erano già degli invitati, constatò Georgij, mentre Michele raggiungeva il telecomando del cancello prima di lui e lo apriva. Sul vialetto c’erano tre macchine – decisamente meno imponenti e tirate a lucido di quelle di Viktor – ma tutte parcheggiate in modo tale che Georgij poté raggiungere il garage e infilarcisi dentro senza troppe difficoltà.

«Vitya non ha mai avuto nessuna intenzione di lasciarmi, fin dall’inizio, ma… beh, la vera sorpresa è stata Yuuri. Non ha mai provato a far valere i suoi diritti da anima gemella, forse perché ha capito subito quanto sono stato… quanto sono importante per Vitya».

La punta di soddisfatta asprezza che colorò la voce di Georgij non venne soffocata nemmeno dallo sbattere rumoroso della portiera e Michele non poté fare a meno di coglierla tutta. Lo apprezzava decisamente di più quando diventava sarcastico, piuttosto che nei momenti così dolcemente deferenti, in cui sprofondava ogni volta che nominava il suo ragazzo di una vita, e di motivi per essere così irritato Michele ne aveva una lista ben lunga.

«E volevo pure vedere!» berciò Michele, scendendo dall’auto e sbattendo la sua portiera con altrettanta forza in un moto di inspiegabile solidarietà, mentre l’amico recuperava il regalo, accuratamente adagiato sui sedili posteriori.

«E la festa per festeggiare il tuo e il suo compleanno come gli è venuta in mente?» proseguì di gran carriera, approfittando di quei pochi passi che ancora li separavano dalla porta d’ingresso e da una serata che si preannunciava affollata al massimo grado. Georgij arricciò le labbra con fare pensoso, Michele poteva persino cogliere quel gesto nella penombra appena rischiarata dalle luci soffuse del patio, e si limitò a replicare con fare assai più laconico: «Siamo un gruppetto ben assortito, non ti pare?».

Di fronte al sopracciglio sollevato e a una delle buffissime espressioni di sconcerto in cui l’amico si produceva fin troppo spesso, il sorriso malinconico di Georgij si allargò ancora di più e «Alla fine quella di Detroit è una delle comunità I6 più popolate del Paese e le feste sono occasioni per fare amicizia e rinsaldare legami, non ti pare?» esclamò, mentre si fermavano sotto il tronfio patio di colonne doriche bianche, tutte incrostate di lucine colorate, e lui si cavava di tasca un mazzo tintinnante di chiavi.

Michele ci era fin troppo abituato all’assurda proprietà di linguaggio dell’amico – e anche ai suoi repentini cambi di registro dalla bestemmia più pesante borbottata a mezza voce alle declamazioni a voce stesa da poema epico – ma ricordava anche che Georgij non era esattamente animale da festa. Era Viktor quello che amava organizzare quel genere di ritrovi chiassosi e colorati ed era stata in una di quelle occasioni che aveva incontrato l’amico, che aveva esordito in sua presenza con un partecipe «Neanche tu ti trovi tanto bene in questo casino, eh?».

E lui gli aveva risposto che…

«Un’altra? Ne hai già fumate due in auto».

Le dita di Georgij si chiusero all’improvviso attorno al cilindretto di carta che si era appena portato alla bocca, sfiorandogli casualmente le labbra. Michele sobbalzò sul posto e quell’attimo di esitazione bastò all’amico per sfilargli la sigaretta e tornare a infilarla nel pacchetto mezzo aperto che ancora reggeva in una mano.

«Oh, ma che palle, chi sei? Mia madre?! E poi neanche mi alleno più!» provò a protestare in un ringhio roco, riprendendo appena un po’ del suo solito spirito irascibile, ma Georgij aveva già riportato la mano sulle chiavi di casa, girandole completamente nella serratura.

«Non è una buona scusa per rovinarsi i polmoni» lo rimbrottò col fare di una vecchia zia solerte, mentre Michele si produceva in una smorfia disgustata e riponeva il pacchetto di Marlboro rosse nella tasca del pesante giaccone blu.

«Lucertolina!».

Georgij fece appena in tempo a spingere il pesante portone di ciliegio, con il pomello d’oro e le vetrate smerigliate che si aprivano in quattro losanghe strette, che una macchia rosa e grigia si fiondò fra le sue braccia, stringendolo in un abbraccio degno di una mossa di wrestling.

Subito dopo le ossa e i muscoli, che si premevano contro le sue costole e i suoi gomiti, ci furono due labbra che sapevano di zucchero e canditi e si posarono sulle sue in un bacio fin troppo familiare, a cui il suo corpo si arrese nel battito di ciglia necessario a chiudere gli occhi e ricambiare.

Sollevò la mano e la infilò fra i suoi corti e sottilissimi capelli color ferro, stringendoselo ancora di più contro il viso mentre – labbra, denti, lingua – quel bacio si faceva più profondo e per un istante Georgij si permetteva di dimenticarsi di tutto il resto del mondo, anche se non aveva nessun tatuaggio e, dicevano, quel certo senso di sperdimento potevano provarlo soltanto due anime gemelle.

Stava affogando nella melassa dolcissima di quel bacio improvviso, quando si accorse – quasi per caso, con estrema difficoltà – di come un braccio di Viktor lo stesse cingendo per la vita, di sotto l’impermeabile nero mezzo aperto, e l’altra mano stesse saltellando, discreta e dispettosa, giù per il suo braccio, quello che ancora reggeva mezzo inerte la busta del…

«Viktor!» tuonò con la voce impastata, staccandosi dalla sua bocca mentre assumeva il medesimo tono di rimprovero che gli rivolgeva anche Yuuri, tutte le volte che Viktor ne combinava una delle sue. Ed erano parecchie.

«Che ho fatto?».

La bocca a cuore di Viktor si piegò in un sorriso rosa e fintamente ingenuo, mentre gli si agganciava a una spalla e continuava a protendersi per raggiungere disperatamente la busta che conteneva l’oggetto di una curiosità a dir poco morbosa, che lo aveva ossessionato per più di un mese – ossia da quando aveva beccato Yuuri e Georgij a parlottare in cucina di come non avrebbe mai e poi mai trovato la loro “sorpresa”.

E dire che gliel’aveva detto che a lui non serviva niente – bastavano loro due ma, certo, se avessero proprio voluto fargli una vera sorpresa, avrebbero potuto spuntare da una torta a cinque piani in lingerie costosa ballando sulle note di qualche raffinata coreografia da burlesque…

«Il regalo! Non è ancora mezzanotte, non cercare di fregarmi!» esclamò Georgij, imperterrito, puntellandosi sui talloni e continuando a distendere il braccio all’indietro all’inverosimile – o almeno finché le sue ginocchia non lo tradirono in una scossa elettrica violenta, che schizzò su fino alla sua nuca.

Fu a quel punto che la mano scura di Michele si chiuse sulla sua e gli sottrasse la grossa busta di plastica, che conteneva un enorme pacco rettangolare ricoperto di carta dorata e con un enorme fiocco rosso sull’angolo in alto a sinistra.

I due uomini si voltarono entrambi nella sua direzione e Viktor sembrò finalmente accorgersi che, sì, c’era anche Michele Crispino in quell’atrio e gli stava regalando la sua espressione più accigliata. Se gli sguardi avessero potuto uccidere, quel «Oh, ma ciao, Michele! Ci sei anche tu!» trillante che gli aveva appena rivolto avrebbe preso fuoco come benzina e lo avrebbe divorato in una sola fiammata.

Michele però si limitò a grugnire qualcosa di indefinibile, che assomigliava più a una bestemmia che a un saluto di risposta, mentre Viktor si appendeva a una spalla di Georgij e si chinava verso di lui, la gamba alzata in una perfetta mossa da ballerino di danza classica.

«Da bravo, mi fai dare una sbirciatina al rega…».

«No».

Michele fece un passo indietro, sfuggendo alla presa rapace delle lunghe dita bianche di Viktor, che riuscirono ad afferrare soltanto aria. Rimase a fronteggiarlo con il suo sguardo più trucemente dispettoso ma poi colse con la coda dell’occhio l’occhiata grata e divertita che Georgij gli stava rivolgendo e tutte le rughe del suo viso si spianarono nella linea burbera in cui strinse appena le labbra, prima di annuire.

«Ah, vi siete messi in combutta contro di me!» li prese in giro Viktor, per nulla colpito da quella prevedibile associazione di volenterosi ai suoi danni. Il suo sguardo azzurro trascorse solo fugacemente sulla figura pesantemente incappottata in un giaccone blu scuro di Michele e tornò presto ad appuntarsi su Georgij.

«E io che ti avevo preparato un regalo bellissimo perché pensavo che fossi un bravo bimbo!» lo canzonò, stringendogli le guance fra i palmi delle mani in una mossa ridicolmente tenera, qualcosa in grado di spezzare le ginocchia del suo fidanzato più dei suoi legamenti ormai malandati.

«Adesso sono certo che tu sia nella lista dei bambini cattivi!».

Le labbra da gatto di Georgij si arricciarono in una linea irregolare, mentre provava a stento a trattenere una risata di fronte all’espressione sorniona di Viktor – era tanto vicino che i suoi corti capelli color ferro gli solleticavano le guance e la punta del naso.

«Tu a breve sarai in quella dell’ospedale, se continui così» lo rimbeccò con la sua voce più fonda, in un revival di quelle minacce sciocche e divertite che si scambiavano da anni e che erano il residuo inesausto dei loro più che turbolenti quindici anni, prima di posare le mani lunghe sui suoi polsi e tenerlo lì, in piedi di fronte a lui.

Il sorriso con cui Viktor replicò a quella minaccia, però, aveva un’allarmante punta di malizia dentro di sé e quello si sporse addirittura più in avanti, prima di sussurrargli con la sua voce più bassa e insinuante, ad appena pochi millimetri dalla bocca: «Oh, mi vuoi fare male? Queste proposte oscene… davanti agli ospiti… lo vedi che sei un bambino cattivissimo?».

Georgij non seppe per cosa arrossire più violentemente: per le solite, battutacce a triplo senso che solo Viktor sapeva fare restando, non si capiva mai bene come, raffinatissimo o per il fatto che, effettivamente, c’era Michele che li stava guardando, con l’espressione di uno in preda a un incipiente colpo apoplettico da rabbia non sfogata. Riuscì a badare all’amico solo per un istante, prima di ritornare a fissare gli occhi troppo azzurri e troppo suadenti del suo ragazzo, e aprì la bocca ma il suo cervello era a corto di qualsiasi risposta sufficientemente sarcastica che potesse disinnescare rapidamente la situazione.

«Michele! Ce l’avete fatta ad arrivare! C’era traffico?».

Emil Nekola – che fosse sempre ringraziato – apparve in quell’istante di dietro la vetrata divisoria che schermava l’ingresso quadrato dal guardaroba, in cui già cominciavano ad accumularsi i cappotti, e si slanciò su Michele, rifilandogli una sonora pacca sulla schiena e costringendolo a prestargli immediatamente tutta la sua attenzione.

«Dovevamo passare in centro, mica partire per l’Alaska! E comunque no, non c’era un cazzo di nessuno» esclamò Michele, mentre la sua espressione si addolciva, seppur di poco, e si lasciò condurre verso il guardaroba. Georgij lo scorse con la coda dell’occhio fargli un cenno, sollevando la busta e bisbigliando le parole «albero di Natale» ed ebbe appena il tempo di annuire in risposta, prima che Viktor lo richiamasse all’ordine.

«E così lo avevi nascosto in casa di Michele, eh?».

Le mani di Viktor scivolarono sulle sue spalle, lestissime, sfilandogli l’impermeabile nero già aperto, che si era giusto gettato addosso per pura formalità: Detroit non era San Pietroburgo e tantomeno era Novosibirsk. L’inverno lì poteva essere rigido per gli italianissimi standard di Michele ma per lui era a malapena una carezza rinfrescante sulla pelle.

«Non so di cosa stai parlando, Misha aveva solo dimenticato di prendere il portafogli» si inventò Georgij, poco creativamente, senza avere neanche l’intenzione di mentirgli davvero. Viktor non finse di abboccare nemmeno per un istante, limitandosi a voltarsi in una piroetta – l’impermeabile ripiegato su un avambraccio – e premere la fronte contro la sua.

«Ti sei giocato il nascondiglio, l’anno prossimo saprò dove andare a cercare, allora~».

Georgij non seppe per cosa sorridere di più: se per il modo in cui Viktor rideva – ampio, soddisfatto, senza nascondere nient’altro che l’allegria per quella festa che stava appena cominciando – o per l’accenno, casuale ma non troppo, al fatto che l’anno successivo sarebbero stati entrambi ancora lì a scambiarsi regali, come avevano fatto negli ultimi dodici anni trascorsi assieme.

Si limitò a infilarsi le mani in tasca e seguirlo dentro il guardaroba, mentre appoggiava l’impermeabile alla prima stampella che gli capitava a tiro e poi agganciava un braccio al suo, tirandolo in direzione dell’ingresso, che si apriva in fondo a quella stanza lunga e stretta.

«Stasera ci sono proprio tutti, Mila ha riportato anche un certo qualcuno dall’aeroporto» rise, mentre mettevano piede nell’enorme salone con annessa sala da pranzo che occupava metà dello spazio del pianterreno della villa e al centro del quale troneggiava un albero di Natale che sfiorava il soffitto. Era un tripudio di decori blu e argento assolutamente minimalista – Georgij avrebbe virato per colori ben più scuri e decisi, mentre Yuuri aveva proposto un anarchico miscuglio di colori vivaci; il blu brillante e i motivi glitterati dell’argento avevano trovato l’accordo di entrambi e l’approvazione decisa di Viktor.

«Oh, alla fine ce l’ha fatta!» commentò entusiasta, mentre Viktor reclinava appena il capo contro la sua spalla, e se ne restavano a rimirare per qualche istante il grande salone che risplendeva, dal lampadario appeso al soffitto fino al parquet chiaro e lucido su cui già si aggiravano i primi ospiti.

Sotto l’albero troneggiavano i regali che i loro amici si sarebbero scambiati e quelli destinati a loro. In Russia quella catena di due date quasi coincidenti era speciale soltanto per i loro compleanni, non certo per il giorno di Natale e Santo Stefano. Ma il bello di abitare in un Paese diverso era anche mescolare abitudini e creare ricorrenze nuove, no?

«Oi, vecchi! La festa neanche è cominciata e già ve ne state appiccicati come due lumaconi? Bleah!».

Georgij sollevò lo sguardo, in tempo per intercettare Jurij Pliseckij seduto a gambe larghe sul divano blu grande del soggiorno, quello a L su cui finivano sempre per rotolarsi tutti gli ospiti perché, dannazione, se era così morbido che rischiavi di affondarci dentro e non risalire più su. Infagottato nei suoi jeans strappati sulle gambe magrissime e in una felpa viola e verde a fantasia leopardata, a malapena li dimostrava i suoi diciassette anni ma la voce, alta e aggressiva, era decisamente più divertita e meno incazzata di quella che Georgij gli ricordava stampata sulle corde vocali appena un anno e sei mesi prima.

«Jurachka! Ce l’hai fatta!» esclamò, sganciandosi da Viktor e coprendo quei cinque passi che lo separavano dal divano un saltello svelto dopo l’altro, mentre il ragazzino accavallava le gambe e allargava le braccia, producendosi in un’espressione fintamente scocciata.

«E non sai quanti allenamenti ho dovuto far salt… e non mi toccare!» protestò, più debolmente dei suoi standard, mentre una mano di Georgij calava a scompigliargli fraternamente le lunghissime ciocche di capelli biondi. Viktor rimase qualche metro più in là, a osservarli assorto con le braccia conserte.

Erano solo le sette di sera e non voleva azzardare pronostici ma quella si preannunciava fin da subito come una festa che avrebbe avuto parecchio successo.

Ne era convinto.

 
 
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