?

Log in

 
 
23 December 2016 @ 05:09 pm
[Yuri!!! on Ice] I'd break the back of love for you (2/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: I hate love
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Viktor Nikiforov, Mila Babicheva, Jurij Plisecki, Otabek Altin
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri, platonic!Otabek/Jurij
Parte: 2/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love
Riassunto: Lui, a dirla tutta, un tatuaggio neanche ce l’aveva mai avuto. Era un Incompleto – per sfoderare l’ennesima etichetta buona per le caste chiuse, una roba che perdeva pezzi e scricchiolava sempre di più in un mondo in completa rotta di collisione. E già la parola doveva dire tutto sulla sua persona. A quelli come lui mancavano i sentimenti giusti, la spinta fondamentale ad amare.
Psicopatico, freddo, squilibrato, strega… in quasi trent’anni di vita – sul serio o per “scherzo” – Georgij Popovič si era visto rivolgere gli insulti più prevedibili ma anche più coloriti a riguardo di quella sua presunta menomazione.In un mondo in cui possedere il tatuaggio che ti permetterà di trovare l'anima gemella è tutto, quelli come Georgij Popovič sono considerati dei paria. Eppure, con buona pace dei bigotti, riescono a trascorrere un Natale felice circondati da amici e compagni anche più squilibrati di loro.
★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 3475
★Prompt/Traccia: #52: Soulmate!AU
Note:E buon pomeriggio! *entra in scivolata*
Secondo capitolo, secondo capitolo... quanto lo amo! Perchè ci sono i flashback angst su Georgij! (☞ ͡° ͜ʖ ͡°)☞ Also, compaiono anche Jurij e Otabek e LA GATTA DI GEORGIJ. Bella gatta, bella, che però si chiama--- vbb, vi sto spoilerando cose.
Le spiegazioni a fine capitolo! ∠( ᐛ 」∠)_

Love leaves you desperate and feeling a fool
Love makes you ruthless and love makes you cruel
And love makes you crazy with nothing but lies
Love promises nothing and then your love dies
(Garbage | I hate love)

«E quindi ti sei preso una pausa dopo la fine della tournée?».

«Soltanto di due mesi. E solo perché Otabek aveva finalmente del tempo libero e non volevamo più rimandare quella traversata in moto seguendo la Via della Seta. In realtà il vostro invito per Natale è casualmente arrivato proprio quando eravamo già dalle parti di Xi’an».

Georgij e Mila se ne stavano assorti ad ascoltare il ben più giovane ex-collega, seduti sul lato corto del divano a L, mentre quello accarezzava placidamente un’enorme gatta siberiana dal pelo grigio e lo sguardo assonnato. Otabek Altin, seduto compostamente al suo fianco, non obiettò ad alta voce che si erano fermati appena dalle parti di Turfan quando Georgij li aveva chiamati con la notizia di quella festa di “due compleanni + Natale” che Viktor aveva voluto organizzare per tutti loro. Si limitò ad annuire silenziosamente, mentre il tatuaggio scuro di una motocicletta risaltava appena di riflessi argentati sulla porzione di polso che la sua maglietta di filo bianca lasciava intravedere.

«Sul serio? E come avete fatto per l’attraversamento? Avete preso l’aereo o avete tentato l’attraversamento dello Stretto di Behring…?» lo interruppe Georgij, rivolgendosi entusiasta in direzione di Otabek. Quello si lasciò sfuggire un sorriso calmo e scosse il capo in un educato cenno di diniego.

«No, assolutamente. Sarebbe stato troppo lungo tentare l’attraversamento sul mare ghiacciato, senza contare che avremmo dovuto attraversare l’Alaska in pieno novembre, non fa bene alle sospensioni della moto» spiegò, mentre intrecciava le dita, abbracciandosi un ginocchio. Jurij al suo fianco sbadigliò rumorosamente, grattandosi il collo lì dove spuntava il suo tatuaggio, una scarpetta da ballo che rifletteva la luce come un grumo di squame argentate.

«Oh, ti prego, solo a te può venire in mente di passare per l’Artico in moto!» si intromise Mila, rifilando un pugno scherzoso contro la spalla di Georgij. Quello «Ahia! Ma che c’è di male?» protestò, massaggiandosi il braccio di sopra la camicia blu scollata, ma l’amica insistette con il suo tono più chioccio e divertito.

«Non gli parlare dell’Alaska, sta ancora progettando un viaggio da un capo all’altro delle Americhe, lui e la sua Baba Yaga».

L’«Interessante» con cui Otabek accolse quella notizia risuonò all’unisono con il «Scommettiamo che a Otabek interesserebbe di brutto» che Jurij mormorò, continuando a carezzare appagato la vecchia gatta malandata che dispensava fusa e peli chiari sui suoi jeans stinti.

Georgij sorrise sottilmente dell’affiatamento naturalissimo con cui i due ragazzi finivano per completarsi i pensieri a vicenda e occupare gli spazi l’uno accanto all’altro, riempiendo esattamente con un gomito o con un braccio quel tanto di vuoto che bastava per ritrovarsi vicini senza nemmeno toccarsi davvero.

Erano l’ennesima eccezione alla regola che i Non Completi li avrebbe voluti tutti infelici, soli e privi di legami duraturi. Otabek e Jurij, poi, appartenevano alla categoria forse più rara e ostica delle 6I: gli Inconcepibili, quelli che il Dono legava inesorabilmente a un concetto immateriale – un’ideale, l’attività che più amavano svolgere o persino se stessi – e che per secoli erano stati condannati a una solitudine forzata.

Di loro si diceva che erano nati per sacrificare se stessi a quell’idea, fino a consumarsi di amore disperato come per una musa sfuggente. Non dovevi assolutamente innamorarti di un Inconcepibile, non sapeva amare, non era in grado di darsi se non alla sua causa per la vita. Eppure eccoli lì, seduti davanti a lui a lanciarsi occhiate complici ed essere i migliori amici – e forse anche di più – che potessero desiderare l’uno per l’altro.

Era tutto molto platonico e molto puro, quell’intrecciarsi di gesti e di parole che gli si dispiegava davanti, con un affiatamento che Georgij aveva ritrovato in ben poche coppie tradizionali di anime gemelle attorno a lui. Aveva finito per prenderseli entrambi in profonda simpatia, come un fratello maggiore troppo solerte, perché soffrivano quasi del suo stesso male.

L’essere riguardati come mostri senza cuore.

Lui, a dirla tutta, un tatuaggio neanche ce l’aveva mai avuto. Era un Incompleto – per sfoderare l’ennesima denominazione da caste chiuse che perdeva pezzi e scricchiolava sempre di più in quel mondo in completa rotta di collisione. E già la parola doveva dire tutto sulla sua persona. A quelli come lui mancavano i sentimenti giusti, la spinta fondamentale ad amare.

Psicopatico, freddo, squilibrato, strega… in quasi trent’anni di vita – sul serio o per “scherzo” – Georgij Popovič si era visto rivolgere gli insulti più prevedibili ma anche più coloriti a riguardo di quella sua presunta menomazione.

E dire che lui ci aveva creduto da subito in quella magia, fin da quando aveva avuto abbastanza raziocino da poter capire cosa fosse il Dono del Simposio e quella mitica meta verso cui la vita di ogni essere umano tendeva – trovare l’amore perfetto nella compiutezza di un’unione con l’anima gemella, quella nata per lui, l’unica in grado di corrispondere perfettamente ogni suo bisogno.

I suoi tentativi erano stati fin dall’inizio zoppicanti e un po’ maldestri, a cominciare da quando a cinque anni «Sei una bimba bellissima, spero che sarà la tua la frase del mio tatuaggio!» aveva esclamato fierissimo a quella compagna di classe che sembrava una principessa Disney, con i suoi capelli lucidi come piume di corvo, la pelle color neve e le guanciotte rosse come mele.

Lei «Grazie ma preferisco i fiori ai bambini maschi» aveva replicato educatamente ma quel primo rifiuto non aveva mai fatto scemare l’ottimismo con cui aveva continuato a crescere, sbirciandosi di tanto in tanto sotto i vestiti, sicuro che a lui il tatuaggio sarebbe comparso ben prima dei tredici anni.

Con tutto l’amore che aveva da dare, ne era sicuro, sarebbe stato un Precoce e la sua frase sarebbe stata bellissima, qualcosa di poetico come «Ti ho cercato per tutta la vita» o «Sono l’anima errante che ha stregato tutti i tuoi sogni».

Invece i suoi tredici anni erano arrivati e compagni molto meno provvisti della sua voglia di amare si erano risvegliati con una frase in lettere cubitali o in corsivo strettissimo incisa dentro l’avambraccio, scintillante sotto una pianta del piede o ad arrotolarsi attorno al polpaccio. Lui no.

Per quanto si sforzasse, per quanto ci provasse, per quanta forza ci mettesse nel crederci non arrivava mai quell’agognato bagliore argenteo a colorargli la pelle liscia e monotonamente bianca della certezza che nel mondo esisteva qualcun altro, che lo avrebbe amato e che soprattutto lui avrebbe amato senza riserve.

I suoi tredici anni erano passati ma la sua mente aveva fatto presto a trovare nuove spiegazioni a quella personale anomalia: la sua personalità era semplicemente troppo complessa, la magia del Dono doveva lavorare per trovare la sua anima gemella. Ecco, probabilmente la sua anima gemella non era ancora pronta o forse, persino, non era ancora nata ma lui sarebbe stato disposto ad aspettarla non per una ma per due vite.

Era per quello, dopotutto, che il Dono si manifestava intorno ai tredici anni. Non te lo dicevano a scuola, toglieva letteralmente magia a tutto il concetto che sottostava ai tatuaggi, ammettere che la loro comparsa era legata alla maturità del loro portatore. Il Dono aveva bisogno di analizzare la tua personalità e i tuoi gusti e solo a quel punto poteva sondare il mondo alla ricerca di un’altra anima che risuonasse in perfetta armonia con la tua.

Dire invece che in fondo ci nascevi, con quel tatuaggio, ed era solo la sua comparsa a richiedere tempo serviva a spiegare molto più facilmente perché il Dono dovesse funzionare per forza e perché, se si manifestava diversamente, il problema era nel portatore e non nella magia.

Georgij a tutte quelle sfumature non riusciva a fare caso, non mentre la sua adolescenza si dipanava in una serie di esperimenti falliti e di crisi emotive costanti. Di adolescenti Tardivi che si facevano compagnia finché il tatuaggio non si manifestava ce n’erano tanti ma dovevano essere accorti e discreti – a nessuno faceva piacere sapere che la propria anima gemella aveva sperimentato in giro, invece di struggersi nell’attesa della pronuncia della Prima Frase.

Nella sfortuna era stato fortunato: i suoi modi di fare troppo romantici e troppo entusiastici risvegliavano sempre l’interesse di qualche ragazza in pena quanto lui e convinta che, magari, tutta quell’euforia fosse il preludio alla prossima comparsa del tatuaggio. Ma poi le settimane assieme passavano, nessuna magia si manifestava o – peggio – il Dono sfiorava la sua fidanzatina di turno e non era mai lui a pronunciare la Prima Frase.

A diciotto anni Georgij avrebbe pure continuato a ripetersi di essere un Tardivo d’élite e che la sua attesa sarebbe stata ampiamente ripagata, ma il destino con lui aveva voluto essere particolarmente stronzo.

Il destino ben sette anni prima gli aveva sbattuto davanti qualcosa – qualcuno – che aveva mandato in crisi tutte le sue certezze, prima ancora che fosse troppo assorbito dal problema del suo tatuaggio per capire davvero cosa voleva da se stesso.

C’era solo una cosa che aveva monopolizzato i pensieri di Georgij più della ricerca dell’amore ed era stato il balletto. Era per il balletto che aveva rinunciato a giocare con i compagni di classe nel cortile della scuola; era per il balletto che aveva sacrificato ore di sonno e la tenuta dei suoi legamenti pur di eccellere nei salti che tanto lo avevano reso invidiato; era per il balletto che aveva abbandonato le nevi perenni e i boschi di pini della sua amata Novosibirsk per trasferirsi a chilometri dai suoi genitori, nella meno gelida e più soleggiata San Pietroburgo.

Era per il balletto che una mattina aveva rialzato lo sguardo dal parquet consumato, su cui aveva appena effettuato una spaccata perfetta, e si era ritrovato davanti una mano bianca e sottile che «Ma non ti fai male a stare in quella posizione così a lungo?» aveva invaso il suo campo visivo, insieme a una voce malinconica e dolcissima.

La sua principessa aveva i capelli color ferro, sottili e brillanti che ricadevano appena sulle spalle, il corpo flessuoso di una driade dei boschi e gli occhi azzurri e freddi come la Neva in dicembre.

La sua principessa aveva una voce indefinibile e inafferrabile come il vento di Novosibirsk in piena estate, volava nelle sue scarpette come il più maestoso dei fiocchi di neve e sapeva danzare meglio di lui.

La sua principessa era un maschio, si chiamava Viktor Nikiforov e lo aveva messo in ombra nell’istante preciso in cui era comparso nell’aula dell’Accademia di Danza Vaganova con il suo passo leggero e il suo profilo discreto.

La sua principessa era il suo rivale e contro di lui avrebbe dovuto combattere per conquistarsi il posto di primo ballerino – quando si era trattato di scegliere chi avrebbe ricoperto il ruolo della protagonista del Lago dei Cigni e persino Georgij era stato preso in considerazione.

Georgij e Viktor.

E quando alla fine si era deciso che, no, Viktor per i suoi quindici anni era troppo giovane per interpretare entrambe le parti del Cigno e lui avrebbe dovuto affiancarlo nella parte del Cigno Nero, si era limitato a diventare la sua ombra senza protestare.

Perché era un ruolo importante, perché i suoi gusti troppo cupi e quel tatuaggio che non arrivava sembravano renderlo il candidato perfetto per interpretare l’antagonista senza amore e colmo d’invidia. Perché lo aveva avvicinato di parecchi passi in più a Viktor.

La sua principessa.

Quello a cui, naturalmente, il tatuaggio era comparso puntuale e scintillante la mezzanotte del 25 dicembre dei suoi tredici anni e gli aveva colorato la pelle d’argento da una clavicola all’altra. Perché Viktor Nikiforov era il contraltare perfetto di Georgij Popovič in ogni rispetto – soprattutto nell’essere o per lo meno sembrare più fortunato di lui.

E Georgij non aveva mai capito bene cosa avesse avvicinato Viktor così tanto a lui: se il fatto che fossero entrambi due stakanovisti del balletto e si ritrovassero sempre da soli ad ammazzarsi di allenamenti extra; se il non trascurabile particolare che di tutti quelli che lo conoscevano, Georgij era stato l’unico a non provarci nemmeno una volta, a pronunciare “per errore” la Prima Frase che Viktor tanto orgogliosamente sfoggiava.

Georgij sapeva solo che ogni volta che una ragazza lo mollava, era da Viktor che correva in cerca di consolazione e lui lo ascoltava – un po’ ridendo dolcemente, un po’ lanciandogli i suoi sguardi più malinconici. E poi toccava a lui ascoltare Viktor, mentre l’amico provava a non lamentarsi perché qualcuno aveva cercato per l’ennesima volta di spacciarsi per la sua anima gemella, e finire per invidiarlo.

Perché una persona nel mondo amava la sua principessa e quella persona non era lui. Perché Viktor poteva vivere nella smagliante certezza che per lui amare ed essere amato sarebbe stata una promessa mantenuta, mentre i giorni scorrevano e il destino impietosamente ricordava a Georgij che invece di sicurezze lui non ne avrebbe mai avute.

Per questo non si sarebbe aspettato la sua amicizia ma si era aspettato, eccome, il battito mancato con cui il suo cuore lo aveva tradito, l’estate dei suoi diciassette anni, quando aveva rivolto a Viktor uno sguardo di troppo. E sarebbe stato solo l’ennesima persona da aggiungere alla lista dei suoi amori mancati, non fosse che a Viktor Nikiforov aveva finito per affezionarsi troppo – lo aveva visto ballare da così vicino che gli si era incollato al cuore senza possibilità di staccarlo, se non strappandosene via un pezzo consistente.

Era ormai inverno fatto – un inverno insolitamente e odiosamente caldo – quando gliel’aveva confessato fra le lacrime, quasi trovasse un piacere sadico nel rovinarsi ogni cosa che amava, nel far marcire persino quel raggio di sole che rischiarava il panorama buio della sua vita emotiva.

«Vorrei che fossi la mia anima gemella» gli aveva detto, la voce fonda ancora più arrochita dal pianto e dalla rabbia. Gli aveva detto proprio così, una frase che non aveva osato sbattere in faccia nemmeno alle quattro fidanzatine che lo avevano scaricato prima di lui, una frase che lo aveva fatto sentire stupido e patetico. E Viktor avrebbe potuto rispondergli in tanti modi, avrebbe potuto scacciarlo – lui che poteva scegliere un compagno di svaghi fra chi più gli pareva, con tutti quei pretendenti.

«Anche io lo vorrei, Zhorochka».

Quella risposta, invece, proprio non se l’era aspettata. Era stata la martellata finale al suo cuore già fragile e quando Viktor gli aveva proposto di essere il suo ragazzo – non di fargli compagnia finché non avesse trovato l’anima gemella, gli aveva chiesto di stare assieme in una relazione vera – non era riuscito a dimostrarsi quel campione altruista dell’abnegazione che avrebbe sempre voluto essere. Non era riuscito a essere convincente, quando aveva obiettato che sarebbero finiti nei guai – che Viktor sarebbe finito nei guai, perché i Completi che si andavano a immischiare con gli Imperfetti a quel modo nel loro Paese non erano ben visti.

Non c’erano mai state certezze fra loro due, soltanto quella – schiacciante e inesorabile – che avrebbero dovuto sforzarsi ogni giorno di mantenere vivo quell’amore imperfetto e incerto che cresceva e maturava fra gli alti e bassi della vita quotidiana. E di bassi ce n’erano stati tanti, come quando le sue ginocchia lo avevano tradito troppo presto e a ventun anni si era ritrovato ad appendere le scarpette al chiodo, senza sapere cosa farsene di tutta quella vita e quella creatività inesausta, che si divertiva a dipingergli la realtà che lo circondava in tinte ancora più fosche.

Perché Viktor fosse rimasto al suo fianco, invece di abbandonarlo, lui non aveva abbastanza autostima per spiegarselo lucidamente. Si era sentito persino in colpa, troppo spesso, perché i sentimenti che lo legavano a lui non avevano nulla di magico: troppo imperfetti, troppo altalenanti, troppo imprecisi, certe volte si piegavano nelle emozioni più stupidamente negative che riuscisse a provare.

Gelosia, senso di possesso, dubbi, paura, la sua mente aveva attraversato tutto lo spettro delle meschinità umane e poco importava che fosse fisiologico; poco importava che avesse sempre cercato di non fargli pesare i suoi terrori. Viktor se n’era accorto – Viktor notava troppe cose, mentre fingeva di sorridere e scordarsi persino la lista della spesa a casa. Viktor aveva guardato dietro lo specchio opaco dei suoi occhi blu e quello che aveva visto non era stato abbastanza per allontanarlo.

E a quel punto Georgij aveva smesso di tormentarsi. A quel punto Georgij aveva cominciato a trasferire tutti i suoi drammi nelle sceneggiature che aveva cominciato a scrivere, il canovaccio perfetto per quei cortometraggi che facevano impazzire il pubblico dei festival cinematografici più di nicchia di mezzo mondo. A quel punto Georgij aveva cominciato a credere che avrebbero davvero potuto convivere in quel rapporto dolcemente imperfetto e farcela.

La routine, lenta e inesorabile, aveva cementato le loro giornate dei gesti più automatici e di quell’intesa che non nasceva dalla magia ma da anni e anni di frequentazione intensa e continua. Niente sembrava poterli più scuotere, ora che Georgij aveva smesso di essere il primo nemico di se stesso. Nemmeno il trasferimento a Detroit per poter vivere finalmente alla luce del sole la loro relazione aveva potuto stravolgere i loro nuovi equilibri, né il fatto che Viktor avesse abbandonato il balletto classico per impegnarsi in una nuova avventura nella danza moderna.

Era stato a quel punto che era arrivato...

«… Yuuri».

«Eh, cosa?».

Georgij si riscosse all’improvviso, tirato fuori a forza da quei pensieri dalla voce suadente di Viktor, a pochi centimetri dal suo collo. Se ne stava appoggiato per i gomiti allo schienale del divano e lo fissava di sottecchi, una domanda inespressa che aleggiava nei suoi occhi azzurri come un gigantesco punto interrogativo.

«Yuuri è in cucina a sorvegliare i primi sotto il forno, ci servirebbe una mano a portare i vassoi degli antipasti nel salone» gli spiegò, rivolgendogli un occhiolino complice. Georgij notò appena la macchia di colore piccola e bruna che schizzava sul divano, costringendo la sua povera Kierkegaard a battere in ritirata e adagiarsi in grembo a Otabek in cerca solo di un porto sicuro in cui continuare la sua sonnolenta osservazione del mondo circostante.

«No, stai giù, buono!» sentì Jurij gridare, mentre il cucciolo di cinque mesi che lui stesso aveva ribattezzato Maccachin il Giovane – soprannome sorprendentemente adottato anche da Viktor e Yuuri, che l’avevano contratto nel più pratico “Junior” – procedeva a premere le zampe anteriori sulle spalle del ballerino biondo e leccargli scrupolosamente ogni centimetro di faccia a portata di lingua.

«Ma certo, vado subito» annuì, sollevandosi lentamente dal divano, mentre lo sguardo di Viktor si spostava sulla scenetta che avveniva davanti agli occhi divertiti di tutti i presenti e «Poi dopo potrai finire di interrogare il nostro giovane pupillo» chiosava con fare sornione.

«Allora, Nikya. Meno male che qualcuno qui ha capito che avevi tanto, tanto bisogno di una pausa. Non vogliamo fare brutti scherzi a quel tendine d’Achille, sì?».

Georgij gli dava già le spalle, quando Viktor diede voce a tutte le sue preoccupazioni con l’inclinazione più sarcastica e sibillina della sua voce. Non poteva vederlo ma era sicuro che avesse fatto anche quella mossa lì – quella di piegare il collo di lato e fissarti come se ti stesse trapassando dentro, mentre ti sbatteva in faccia nel modo più inaspettato possibile una verità fin troppo cruda da masticare.

Con Viktor si finiva sempre così, d’altronde: o diventava enigmatico come una sfinge o sembrava dimenticare ogni pudore e dirti tutto. Non esistevano mezze misure e certe volte, davvero, era difficile riuscire a non perdere la pazienza.

«Ah, ma non dire stronzate! Le mie caviglie stanno benissimo, avevo solo voglia di prendermi una pausa dopo una tourneé spettacolare!».

Colpo di tosse – di Otabek; schiocco di lingua sonoro – questa era Mila che tratteneva una risata; sogghigno sommesso – eccolo, Viktor che tornava al contrattacco.

«Mmh, le ultime tappe ti hanno visto un po’ stanco sul finale degli spettacoli, forse bisogna lavorare ancora su quella resistenza, sì?».

Georgij la poteva avvertire distintamente, la tensione elettrica che cresceva fino a farsi pressione insopportabile ai lati delle tempie – come l’aria un attimo prima di una tempesta di fulmini e grandine che arrivava nel pieno di una giornata di sole, da cui ti aspetteresti soltanto cieli tersi.

Si allontanò velocemente, mentre brandelli di «Colpa del primo ballerino che non fa il suo dovere!» e «Ma povero Pëtr, lo maltratti sempre!» lo raggiungevano sulla distanza, coperti dal rumore dei tacchi bassi dei suoi stivaletti sul parquet.

Detestava cordialmente immischiarsi nelle liti altrui – il dramma lo apprezzava solo nel balletto o nelle sceneggiature dei suoi cortometraggi troppo sperimentali – e lì si rischiava addirittura la rissa, a lasciare quei due liberi di tirarsi in faccia qualsiasi insulto più (Viktor) o meno (Jurij) raffinato venisse loro in mente.

«Oh, sei arrivato!» lo accolse all’improvviso la voce pacata e sempre così assurdamente familiare di Yuuri Katsuki.

Per fortuna – pensò affacciandosi dalla porta a soffietto che separava il retro della sala da pranzo dalla cucina – se le cose fossero andate a carte quarantotto, questa volta ci sarebbe stato Yuuri ad aiutarlo a dividere quelle due prime donne dei suoi ex-compagni di balletto.

«Sì, che posso fare?».


Note finali: Le uniche note che posso fare a questo capitolo, che è 80% angsty flashback e 20% gente che parla, è che:
a) "Nykia" è la protagonista del balletto "La Bayadère" e, sì, in quest'AU finisce spesso che giovani primi ballerini maschi interpretino parti femminili. Perché? Perché l'ho deciso io (ottime spiegazioni, davvero) (fantastico)
b) BABA YAGA è la moto di Georgij. Perché ormai ho convinto metà del mondo che mi conosce che Georgij abbia canonicamente una moto, visto che ho scambiato Otabek in moto nella preview dell'episodio 10 per lui. Sono una persona con dei problemi.
c) Sì, lo so che anche a questo giro la cesura di fine capitolo è stata brusca, è fatto apposta. Sono una persona orribile. E adesso basta parlare o mi auto-spoilero il contenuto dei prossimi capitoli e NON È BELLO.

 
 
Music: Leon Else - Dance - Oliver Remix | Powered by Last.fm
 
 
 

Recent Posts from This Journal