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28 December 2016 @ 10:49 pm
[Yuri!!! on Ice] I'd break the back of love for you (3/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #3 - Can you imagine a love that is so proud?
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Yuuri Katsuki, Phichit Chulanont, Sara Crispino, Viktor Nikiforov, Jean-Jacques Leroy, Isabella Yang
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri, Sara/Mila, Phichit/Guang-Hong/Leo, Jean-Jacques/Isabella
Parte: 3/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love
Riassunto: Restò zitto ad osservarlo, la testa un po’ inclinata di lato mentre vedeva le sue mani piccole e gentili muoversi con la premura un po’ goffa di chi non voleva far aspettare il povero cameriere improvvisato che gli reggeva il vassoio senza colpo ferire. L’ansia, anche la più minuscola e quotidiana, risaltava sempre sul volto tondo e roseo di Yuuri, attraverso le rughe sottili che gli solcavano la fronte nello spazio fra le sopracciglia, lì dove si incagliava tutta la sua impazienza di dimostrarsi sempre utile e non deludere le aspettative altrui.
Georgij non poteva dire che, col tempo, non avesse imparato a trovare addirittura tenero quel suo lato così vulnerabile e bisognoso di rassicurazioni. Più di tutto però ammirava la passione pulita e persino estrema che Yuuri ci metteva nel fare le cose che amava – nel farle al meglio che potesse e anche oltre le sue aspettative – e neanche si rese conto di essersi incantato a guardarlo, mentre terminava di decorare quelle tartine sotto il suo sguardo blu e assorto.

★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 4161
★Prompt/Traccia: #45: Vischio
Note:E siamo già al terzo capitolo! E buonasera a tutti ma soprattuto BUON COMPLEANNO A GEORGIJ POPOVICH, 26 DICEMBRE, GIORNO BENEDETTO. Sono riuscita anche a postare la fic in tempo per festeggiare, piccole soddisfazioni crescono (?).
Che vi devo dire? Ah beh, sì, capitolo che approfondisce the other side of the OT3. Perché io adoro il polyamory ed era arrivato il momento di parlare un po' di Georgij e Yuuri. In realtà questo è solo un assaggio, arriveranno un fracco di altri feels nel prossimo capitolo--- ed eccomi ad auto-spoilerarmi.
DI NUOVO.
Comunque l'avevo detto che Georgij aveva abbandonato forzosamente la carriera da ballerino per diventare un regista di corti sperimentali in stop motion? Ebbene, ho trovato un video che riassume bene quello che farebbe lui, la sua Arte™: The Thingu (tw: horror, splatter, pinguini di plastilina che esplodono, parodia di "La Cosa" di John Carpenter). Poi si chiede perché la gente piange, io non---
Ok, BASTA, FINE DELLE NOTE. Ah sì, un'altra soltanto: Villa "Dulcamara" prende il suo nome da uno dei protagonisti dell'opera lirica di Gaetano Donizetti, "L'elisir d'amore". Perché dopo il duetto "Stammi vicino" ho questo HC che a Viktor piaccia la musica lirica.
STAY STRONG, CI RIVEDIAMO PRESTO.

For all of our youth
We have craved them
Their beauty and their truth
So we name them
And somehow they pull us through
(Placebo | Loud like love)

La cucina della loro villa era grande, di una grandezza spropositata, con l’isola centrale che dominava nel suo top di quarzo nero e i pensili di un bianco quasi accecante, lisci, dall’aria efficiente e privi di maniglie.

Era vero che nessuno di loro tre aveva particolari inclinazioni da chef mancato ma Yuuri veniva da una famiglia di esperti ristoratori e amava il buon cibo tanto quanto amava Viktor e la danza. Non era un cuoco stellato ma sapeva riversare tutto quell’affetto nei piatti che cucinava e, beh, Georgij si ritrovava sempre con una stretta al cuore, quando assaggiava una pietanza preparata da lui. Sapeva di casa e quel genere di piccoli particolari era capace di sciogliergli il cuore più di qualsiasi altra cosa.

Era persino stupito che il suo tatuaggio non fosse una fumante ciotola di katsudon ma non lo aveva mai esclamato ad alta voce davanti a gente non di casa. Poteva essere frainteso per un desiderio inespresso e un po’ egoista, che aveva smesso di provare da tempo, in ogni caso.

«Sì, penso che sia meglio tenerli un altro paio di minu… ma salve, Georgij! Come sta mio fratello?».

La prima a voltarsi nella sua direzione, quando si affacciò all’interno della grande stanza, fu Sara Crispino e i suoi grandi occhi color ametista – così simili eppure così più determinati di quelli di Michele – si posarono su di lui in uno sguardo indefinitamente divertito. Lo trattava sempre in modo molto amichevole e per quanto l’affetto altrui lo riempisse di un certo, imbarazzato orgoglio, non aveva mai capito cosa l’avesse spinta a essere tanto calorosa con lui e con tanta rapidità, per giunta.

«Fuma sempre troppo… ecco, appunto…» borbottò, la voce fonda che risuonava nella cucina come il brontolio di un dinosauro addormentato, mentre il suo sguardo blu schizzava oltre le tendine della finestra che dava sul patio posteriore della villa – quello in cui solitamente finivano per spostare le loro feste nelle belle serate estive.

«Emil, levagliela, ha già fumato in macchina!» sbuffò, affacciandosi oltre il lavandino alla finestra appena aperta e ricevendo in risposta un colorito e alquanto isterico «Ma fatti i cazzi tuoi!». Il «Micky, le bugie hanno le gambe cortissime!» che gli rivolse Emil e che Georgij colse appena, richiudendo rapidamente la finestra, suonava come una dolce e alquanto inquietante promessa di scorciargliele personalmente, le gambe, se avesse continuato a mentire sul numero di sigarette che fumava quotidianamente.

«Mi devi aiutare a tenere Vitya fuori dalla cucina o finirà per infilare la vodka dappertutto».

Quando tornò a voltarsi, Yuuri non gli stava più dando le spalle ma lo fissava preoccupatissimo, mentre si asciugava le mani ancora umide sul grembiule azzurro con il ricamo di un maialino stampigliato sul petto, regalo – fra i tanti – di compleanno che gli aveva fatto Viktor.

Georgij scosse il capo, incrociando le braccia e andandosi a poggiare con un fianco nell’angolo interno in cui si incrociavano i due lati della cucina, dando le spalle alla zona del top su cui riposava un vassoio di quelle che dovevano essere tartine ai gamberetti e al salmone.

«Ah, per quello! Non ti preoccupare, ci sta già pensando Jurachka» concluse, rassegnato, e Yuuri, lungi dal condividere la sua calma, aggrottò le sopracciglia nel pieno di un’ondata di panico che lo stava investendo da capo a piedi, frammista a una certa, sottile irritazione.

«Oh no, non dirmi che hanno cominciato a discutere di nuovo dei suoi salti».

Georgij fece spallucce, soppesandolo con uno sguardo blu dei suoi. Certe volte sembrava che lui e Yuuri Katsuki si dessero il cambio fra chi fosse più solerte nel preoccuparsi per le uscite di Viktor e quel particolare contribuiva a non farlo sentire esageratamente solo nei suoi pensieri – un’emozione che gli accadeva di vivere assai di rado.

«Quel ragazzo rischia di ammazzarsi, puoi dargli torto?».

Per un attimo tutto tacque sotto lo sfrigolare basso e costante delle patatine fritte nella friggitrice e Yuuri lo guardò, senza aggiungere parole. Non gli servivano per comunicargli tutto il suo disappunto verso l’atteggiamento avventato del giovane ballerino. Era una qualità di Yuuri che Georgij apprezzava molto, quella lì: sembrava tanto silenzioso – e spesso lo era – ma nella sua testa ne macinava, di pensieri, afflitto dal terrore di non riuscire mai a trovare le parole giuste per esprimere quello che pensava.

Quando ballava, sul palco, era diverso: tutto più semplice, tutto più spontaneo, tutto più diretto – Georgij non avrebbe potuto capirlo di più. Mentre se ne stavano a pochi centimetri l’uno dall’altro – lui con le braccia conserte e Yuuri con le mani che ancora stringevano un lembo del grembiule – c’era un’infinita selva di sottotitoli in codice Morse che si stavano scambiando a botte di sguardi di sottecchi e labbra strette in linee rammaricate.

Il riassunto per i non addetti ai lavori era che di quelle faccende “familiari” non era il caso di discutere durante una festa. Ora tutto stava a trovare un modo di distrarre anche Viktor, però…

«Ehi, dottor Frankestein, come stanno i bambini?».

Phichit spuntò fuori dalla dispensa come un raggio di sole dopo una mattina di pioggia intensa e sorrise in direzione di Georgij, che non sembrò prendere a male quel soprannome, che ormai il thailandese gli aveva appiccicato addosso come una seconda pelle.

Anzi, rincarò la dose e «Bene, aspettano sempre un altro tuo video drammatico, comunque» aggiunse divertito, facendogli un cenno del capo, mentre quello si avvicinava, stringendo fra le dita un mazzetto erba cipollina. Lesto brillò un tatuaggio – una scritta dal corsivo elegante e pomposo in inglese corrente – che si dipanava dal gomito al polso del suo avambraccio destro. Poi Phichit fece per rimboccarsi le maniche e, eccolo là, un altro tatuaggio pressoché identico che ammiccava sull’avambraccio sinistro nella sua direzione.

Phichit Chulanont non era solo regista di balletti teatrali molto alternativi e scenografici – Georgij li apprezzava, anche se avrebbe preferito meno colore e più disperazione in programmi che erano davvero troppo allegri e, ne era certo, di troppa allegria si rischiava di morire.

Phichit era stato anche l’unico essere umano, escluso Viktor Nikiforov, a mettere piede nel suo studio privato al pianterreno senza mettersi a piangere o invocare l’aiuto di qualche divinità potente e benevola. Probabilmente Georgij era troppo di parte ma non aveva mai ben capito perché quella stanza destasse tanto terrore negli estranei. Persino Viktor aveva delle remore a guardarci dentro e dire che ci teneva solo – ben conservati nelle loro vetrinette e catalogati per personaggio e tipo di espressione facciale – tutti i personaggi di plastilina che aveva usato finora per i suoi cortometraggi.

La tecnica della stop-motion permetteva di fare miracoli persino nel campo dell’horror – anche se allo splatter lui preferiva gli horror psicologici - e meno male che c’erano ancora anime belle come Phichit, che lo apprezzavano tanto da dedicarci una serie di Vine assolutamente stupidi e divertentissimi.

Probabilmente girandoli con più ironia di quanto lui stesso riuscisse a captarne ma questa era un’altra storia.

«Oh, grazie di avermi preso l’erba cipollina!» intervenne Yuuri in un sorriso grato, sporgendosi in direzione di Phichit, mentre «E Leo e Guang-Hong?» chiedeva Georgij, facendosi aggiornare sullo stato degli invitati ancora mancanti all’appello.

«Oh, Leo stava mixando l’ultima traccia per lo spettacolo del 2 – non era convinto del riff di chitarra nel terzo ritornello, che perfezionista! Guang-Hong è rimasto indietro, arriveranno insieme a Kenjiro fra una mezz’oretta, io mi sono portato avanti per aiutare il nostro Masterchef, qui».

La naturalezza con cui Phichit Chulanont parlava dei suoi due – sì, esattamente due – fidanzati era qualcosa che colpiva sempre Georgij e deliziava non poco Viktor, che lo invidiava benevolmente e non tanto velatamente. Lui, Guang-Hong Ji e Leo de la Iglesia erano la appresentazione concreta di come di tatuaggi non ce ne fossero mai abbastanza – ne avevano due a testa, come tutti gli Inaffidabili, e si erano ritrovati in un triangolo poliamoroso perfetto ad essere reciprocamente l’uno l’anima gemella contemporaneamente degli altri due.

E se, com’era normale che fosse, Guang-Hong e Leo avevano avuto problemi, prima ancora che a confessarsi quell’anomalia, a riconoscere persino a se stessi di appartenere a una categoria additata come quella delle persone più lascive e false fra i Non Completi; Phichit sfoggiava con disinvoltura quella che lui chiamava una grande “provvista d’amore” per i suoi due un tempo amici virtuali d’oltreoceano.

Forse era stata tutta quella sua sicurezza ottimista – insieme a un certo carisma sorridente che calamitava le persone attorno ai suoi discorsi all’istante – a renderlo insieme a Viktor uno dei capi della comunità I6 della città. Fatto stava che anche solo con la più apparentemente innocua delle pacche sulle spalle e la più minuscola parola d’incoraggiamento, Phichit era stato uno di quelli a capire più e meglio di tutti la situazione complicata in cui il suo miglior amico si era andato a ficcare.

Non aveva mai offerto facili ricette come soluzione ai loro drammi, soprattutto.

«Yuuri, credo che ci siamo, se mi passi le presine…» intervenne Sara.

«Oh, sì, un attimo…» esclamò Yuuri, sollevando la lama dal tagliere, mentre si apprestava a sminuzzare l’erba cipollina. Georgij intercettò i due quadrati di stoffa a quadri verdi e bianchi un istante prima di lui e «Ci penso io, tieni» lo fermò sul posto, sporgendosi in direzione di Sara, a cui l’assenza di un tatuaggio non aveva mai impedito di intrecciare una relazione tutt’altro che superficiale con Mila – né Georgij avrebbe potuto sperare in una compagnia migliore per quella che aveva ufficiosamente eletto a sua sorella minore.

«Vitya mi ha detto che c’erano dei vassoi pronti per il buffet, comincio a portare qualcosa, allora» concluse l’ex-ballerino russo, mentre Phichit si trovava impegnato in una minuziosa opera di documentazione fotografica del making of di quella cena, che sarebbe finito, con gli opportuni filtri, tutto su Instagram e in una sezione dedicata dei Momenti del suo account Twitter.

Yuuri gli fece un cenno del capo affermativo in direzione dei due vassoi di tartine che se ne erano stati dimenticati alle sue spalle per tutto quel tempo – perfettamente ritagliate in triangolini tutti identici e imburrate e decorate con una pazienza che poteva appartenere solo al ballerino giapponese.

Georgij sollevò il vassoio ovale d’argento lucido più vicino, un tripudio di sfumature di rosa più o meno intense che andavano dal carpaccio di tonno al gamberetto scottato, e si diresse verso il salone. Il «Ah no, aspetta, stavo dimenticando la decorazione!» di Yuuri lo bloccò esattamente sulla soglia della cucina, mentre il ragazzo gli correva incontro con una ciotolina blu che conteneva gli aromi sminuzzati di fresco.

Il russo si bloccò con una mano sul fianco e l’altra ben aperta sotto il centro esatto del vassoio, lanciandogli un’occhiata curiosa, mentre il suo compagno di avventure in un saltello e un inciampo frenava sui talloni a un centimetro esatto da lui e cominciava a disseminare le tartine di coriandoli verdissimi.

Restò zitto ad osservarlo, la testa un po’ inclinata di lato mentre vedeva le sue mani piccole e gentili muoversi con la premura un po’ goffa di chi non voleva far aspettare il povero cameriere improvvisato che gli reggeva il vassoio senza colpo ferire. L’ansia, anche la più minuscola e quotidiana, risaltava sempre sul volto tondo e roseo di Yuuri, attraverso le rughe sottili che gli solcavano la fronte nello spazio fra le sopracciglia, lì dove si incagliava tutta la sua impazienza di dimostrarsi sempre utile e non deludere le aspettative altrui.

Georgij non poteva dire che, col tempo, non avesse imparato a trovare addirittura tenero quel suo lato così vulnerabile e bisognoso di rassicurazioni. Più di tutto però ammirava la passione pulita e persino estrema che Yuuri ci metteva nel fare le cose che amava – nel farle al meglio che potesse e anche oltre le sue aspettative – e neanche si rese conto di essersi incantato a guardarlo, mentre terminava di decorare quelle tartine sotto il suo sguardo blu e assorto.

«Ecco, ho fatto, puoi andare».

Si ritrovò quasi all’improvviso a fronteggiare due enormi occhi castani, che lo fissavano di dietro lo specchio degli occhiali in uno sguardo di muto ringraziamento e si riscosse, annuendo rapidamente, mentre il suo cervello passava in rivista gli ultimi minuti alla ricerca del motivo che lo aveva portato su quella porta. Lo aveva appena trovato e si apprestava a raddrizzarsi per uscire dalla cucina, quando una serie di colpetti di tosse ripetuti e insinuanti lo costrinsero a voltarsi in direzione di chi li aveva prodotti.

«Ragazzi, però così non va!».

«In che senso, Phichit-kun?».

Yuuri aveva risposto senza neanche dare il tempo al suo miglior amico di finire la frase, rizzando le antenne come faceva sempre quando la voce di Phichit abbandonava i toni solari per acquisire quella certa inflessione diabolicamente splendente, che sempre precedeva lo scatenarsi di un uragano di imbarazzi.

Per Yuuri, naturalmente.

Georgij, che lo conosceva assai meno di lui, si limitò a sbattere le palpebre perplesso ma non si mosse di un solo passo – anche se il suo senso del dramma gli stava urlando forte e chiaro nella testa di levarsi di lì e in fretta, perché il buon Phichit stava per ficcarli in un bel casino – o almeno così sembrava a giudicare dall’espressione già stravolta che si era dipinta sul volto del povero Yuuri.

«Non si spezzano le tradizioni natalizie così, eh! Porta sfortuna!».

Phichit sorrideva, brandendo lo smartphone come se si stesse apprestando a fotografare un raro evento astronomico che tardava ad accadere per imprevisti ambientali sorti all’improvviso, ma per una volta nemmeno Yuuri colse immediatamente a cosa alludesse.

Sbatté le palpebre e fissò Georgij con sguardo interrogativo ma i suoi occhi blu rivelavano l’ennesimo sconcerto: di tradizioni natalizie occidentali ne sapeva tanto poco quanto lui e se quel cosmopolita entusiasta di Phichit sapeva qualcosa a proposito di maledizioni e sfighe per aver offeso qualche elfo di Babbo Natale, beh, che parlasse chiaro.

Fu quando intercettò con la coda dell’occhio anche il sorrisetto divertito che aveva messo su Sara, ora che la sua attenzione aveva potuto spostarsi da una teglia fumante di cannelloni al pomodoro, ricotta e carne macinata a loro due. La vide annuire e «Phichit ha ragione, ragazzi, insomma» gesticolare, finendo per indicare un punto sopra le loro teste con l’unghia laccata di rosa dell’indice.

Lui e Yuuri sollevarono la testa all’unisono, osservando per più di qualche secondo perplessi la soglia della porta.

«Che cosa c’è che non va, è solo una decorazione che…».

«… il vischio…».

Fu Georgij a identificare per primo la piantina dalle foglie verde scuro allungate e dalle bacche bianche che pendeva sulla soglia e non perché studiare la flora dell’emisfero boreale rivestisse un ruolo preponderante nei suoi interessi. Più semplicemente Viktor amava il trash – Viktor amava visceralmente gli orridi special natalizi che le televisioni statunitensi passavano a tutt’andare per l’intero mese di dicembre senza possibilità di scampo e lui e Yuuri dovevano sorbirseli.

Tutti.

E, naturalmente, non c’era special che non rifilasse allo spettatore, anche solo di striscio, qualche melenso e fintissimo espediente narrativo basato sulle opportune coincidenze, che sempre finivano per far incontrare per la prima volta sotto il vischio due anime gemelle, destinate da anni l’una all’altra. Il novero di difficoltà a cui Hollywood era ricorsa negli anni – come quella del camion che passava in quell’istante, impedendo alle due persone di capire la Prima Frase che l’altro aveva pronunciato – era tanto ampio quanto disgustosamente banale e non rendeva la storia improvvisamente più emozionante solo perché la colonna sonora era più originale.

«Ma noi non siamo…» si provò a obiettare Georgij timidamente, la voce bassa che diventava quasi un rumore di fondo, mentre Yuuri agitava le mani sul vassoio in un tentativo abortito di sfiorargli un braccio e poi se ne restava immobile a fissarlo.

Era un imbecille matricolato, adesso Yuuri avrebbe pensato che non voleva baciarlo sotto il vischio, ma non era lui il problema, era che…

«Andiamo, Frankie, non stiamo qui a spaccare il capello in quattro e rispetta le tradizioni!» esclamò Phichit, posando lo smartphone sul top di quarzo della cucina per battere le mani in segno di incoraggiamento. Il fatto che anche Sara si unisse a lui non migliorava la situazione e i due ragazzi restarono a fissarsi per più di qualche secondo, completamente ammutoliti.

Anzi no, “fissarsi” era il termine sbagliato, dato che Yuuri si limitava a lanciargli occhiate castane di sottecchi che non superavano la linea del suo mento e Georgij sollevava di continuo lo sguardo al soffitto, neanche stesse avendo un’illuminazione celeste.

Alla fine fu proprio lui a «Ok» mormorare in un sospiro che fece sobbalzare Yuuri e farlo finire sull’attenti. Con un gesto ampio e alquanto drammatico del braccio spostò il vassoio, tenendolo sollevato al suo fianco, mentre con due dita della mano libera sfiorava una guancia di Yuuri e poi la sua mascella, invitandolo ad alzare appena appena il capo.

Lo vide sollevare le sopracciglia in un gesto fintamente scettico, provando a smorzare come poteva l’eccessiva serietà del momento, ma finire comunque per socchiudere gli occhi, quando Georgij si chinò quel tanto da raggiungere il suo viso. Yuuri respirava appena e si poteva dire che lui facesse altrettanto, mentre misurava un battito dopo l’altro i centimetri che lo separavano dalla sua pelle.

Fu un bacio piccolo e asciutto quello che gli depose all’angolo della bocca, soffermandocisi per più di qualche secondo, mentre lo sentiva fremere e costringersi a restare immobile per non voltarsi e trasformare quel gesto in un incontro completo di labbra su labbra. Fu un bacio straordinariamente casto – considerando la misura e l’intensità di quello che si erano scambiati entrambi appena la notte prima – che li lasciò tutti e due più imbarazzati di quanto non avrebbero voluto.

È che andava tutto molto più liscio quando non c’era tutta quella gente a fissarli – quando certi condizionamenti così radicati da essere duri a morire sembravano finalmente non avere senso e non farli sentire in colpa per quello che facevano. Si ritrovarono a fissarsi, di nuovo immobili a poche dita l’uno dalla bocca dell’altro, con le guance rosse e gli sguardi nascosti di sotto le palpebre socchiuse, senza dirsele quelle parole ma pensandole nello stesso istante.

«Viva gli sposi!».

L’urlo divertito di Phichit piovve su di loro come lo scroscio di un acquazzone estivo e spezzò improvvisamente qualsiasi traccia di tensione potesse ronzare fra di loro, come corrente elettrica a bassissimo voltaggio. Il primo a reagire fu proprio Yuuri che, con una mossa degna di un giocatore di baseball, afferrò lo straccio da cucina più vicino e lo lanciò, opportunamente appallottolato, in direzione dell’amico, che se lo prese in faccia continuando a ridere fin troppo compiaciuto.

Georgij, dal canto suo, era rimasto con il vassoio sospeso a mezz’aria e s’era schiaffato la mano libera sulla faccia, coprendosi occhi, naso e bocca nel tentativo di auto-sprofondarsi in un oblio oscuro che lo portasse ben lontano da quella cucina, dalle risate allegre di Phichit e da quelle assai più insinuanti di Sara, che ormai aveva ben dimenticato i cannelloni lasciati a riposare sul top alle sue spalle.

«Chi è che si sposa e perché non sono stato invitato almeno come testimone?!».

«Oh no!» borbottarono quasi nello stesso istante Georgij e Yuuri, mentre un turbine grigio e rosa che rispondeva al prevedibile nome di Viktor Nikiforov si affacciava fra loro due nel vano della porta, buttando un’occhiata alla devastazione di risate e imbarazzi in cui era ormai sprofondata la grande cucina di Villa Dulcamara.

«Ah, ma c’è il vischio!» insinuò Viktor, deliziato, senza fingere nemmeno per un istante che non fosse stata sua la manina nascosta che aveva appeso quel rametto allo stipite della porta. E Yuuri avrebbe pure voluto fargli notare che lui neanche l’aveva alzato, lo sguardo, in direzione della porta eppure sapeva benissimo cosa ci avrebbe trovato sotto, ma si ammutolì in un balbettio rassegnato, quando avvertì le labbra morbide del ballerino posarsi sulla sua fronte in uno schiocco deliziato.

Né dal canto suo Georgij poté crogiolarsi nemmeno in un singolo istante nella sensazione a lui fin troppo cara di sentirsi l’eterno escluso, ché Viktor si era già voltato e – smack! – gli aveva lasciato un bacio divertito sulla punta del naso.

«Gli sposi te li sei appena persi per un secondo di ritardo, compagno Viktor!» lo prese in giro Phichit, mentre Viktor appoggiava le braccia sulle spalle dei suoi rispettivi ragazzi e se ne restava languidamente appeso con le dita alla nuca di entrambi.

«Oh no, non è che potreste ripetere la scena per me, eh?» pigolò, mettendo su un broncio finto depresso che di triste aveva poco ma di malizioso tantissimo. Il fatto che sia Yuuri sia Georgij lo fulminassero sul posto con il miglior sguardo di disappunto del loro repertorio condiviso di “espressioni standard per reagire alla convivenza quotidiana con Viktor Nikiforov” non lo scoraggiò minimamente ma, per una volta, Phichit decise di essere l’angelo che risolveva i loro problemi.

«Ma ho il video in esclusiva, se ti affretti prima che posto online gli screenshot!».

Più o meno.

«Sei sempre il mio cricetone preferito!» trillò Viktor, liberando i suoi ragazzi dalla sua presa e saltellando leggiadramente verso il lato opposto della stanza. Perché dovesse riuscire a essere così elegante persino mentre circumnavigava l’isola della cucina, Georgij non lo sapeva, ma sapeva che lo rendeva abbastanza debole dal perdonargli tutte le sue uscite più o meno dispettosamente bizzarre.

«Forse… è meglio se porto le tartine in salone…» bisbigliò, richiamando l’attenzione di Yuuri, che aveva preso a fissare Viktor con il suo medesimo sguardo a metà fra l’irrimediabilmente perso e il profondamente stizzito.

«Sì, mi sa… però poi torna a darmi una mano o questa cucina diventerà un inferno» lo pregò, lanciandogli un’occhiata supplichevole, e le sue dita ancora sporche si strinsero in una stretta calda e soffice attorno al suo avambraccio. Georgij neanche fece caso alla traccia verde scuro di erba cipollina sminuzzata che rimase impressa sulla sua camicia blu – chissenefregava, in quel momento – e si limitò a rivolgergli un sorriso complice e un cenno del capo, che sembrava quasi un «sissignore», esclamato col medesimo tono solerte.

«Ma come?! Non ci avete messo neanche un po’ di lingua! Yuuri, sono deluso!».

«Viktor! Ti pre… Sara, non ridere, non è divertente!» furono le ultime due frasi che Georgij riuscì ad afferrare, prima di tornare a immergersi nell’atmosfera dorata e scintillante del salone. Gli veniva da ridere – stupidamente e senza un motivo preciso – e per una volta tanto nella sua vita si trovò persino a pensare che partecipare a una festa non gli pesava neanche così tanto, non se conosceva così bene tutti gli invitati.

«Ehi, ragazzi, qui continuano ad arrivare gli ospiti!».

Emil si affacciò dal guardaroba pochi istanti dopo che aveva deposto il vassoio sul tavolo ancora vuoto di cibo – ma ingombro di piatti, bicchieri e stoviglie tutti disposti in pile ordinate e piramidi ancora da buttare giù. Era quasi una tradizione, ormai, che Emil introducesse gli ospiti alle feste, non importava se fossero a casa sua o a casa d’altri: aveva la naturalissima propensione a far sentire chiunque immediatamente a suo agio semplicemente respirando – qualità che Georgij gli invidiava parecchio.

Qualità che metteva anche in crisi l’assioma che voleva gli Inadempienti come Emil delle persone dal cuore corrotto – e soltanto perché avevano osato mettere in dubbio la scelta del tatuaggio e decidere di rompere ogni relazione amorosa con la loro anima gemella. Dopotutto – e questo lo scalatore ci aveva sempre tenuto a metterlo in chiaro – si poteva stare insieme anche senza bisogno di intrecciare un legame sessuale con l’altra persona ma il suo ex non sembrava dello stesso avviso. La vulgata comune voleva che un tatuaggio unisse in un’armonia completa sia i corpi sia le menti delle due – e che fossero solo due – anime gemelle che si erano ritrovate. In un anno e mezzo all’interno della comunità I6 Georgij aveva cominciato a sospettare che la vulgata comune sparasse un discreto numero di stronzate, forse perché era troppo pigra per ammettere che la magia del tatuaggio non era così univoca come a tanti piaceva credere.

Forse tutta la magia che il Dono del Simposio si portava dietro era un po’ più complessa e personale di quello che si diceva in giro ma, tant’era, il suo lieto fine di abbracci e complicità senza altro tipo di coinvolgimento fisico Emil Nekola lo aveva trovato in Michele e con lui – che non portava nemmeno il tatuaggio con la sua Prima Frase – tutti quei problemi relazionali non c’erano mai stati.

Forse perché, a differenza di tante coppie di anime gemelle, quei due si parlavano.

«Oh, sono arrivati Chris e Andrea?» esclamò Georgij, andando incontro al ragazzo, ma non aveva nemmeno finito di pronunciare quella frase, che tutte le sue supposizioni andarono in frantumi nel giro di un battito di palpebre.

«Meglio! È arrivata l’anima della festa! Il party non comincia se JJ non entra in pista!».

«Buonasera a tutti! … buono, JJ».

Georgij si premette i pugni contro i fianchi, salutando con un cenno educato del capo Isabella e…

Andava bene tutto, era una serata di festa, bisognava celebrare tutti insieme e non escludere nessuno ma chi lo aveva invitato, JJ?

 
 
 
 
 

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