?

Log in

 
 
01 January 2017 @ 05:24 pm
[Yuri!!! On Ice] I'd break the back of love for you (4/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #4 - I was scared, tired and underprepared
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Yuuri Katsuki, Viktor Nikiforov, Jean-Jacques Leroy (nominato)
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri
Parte: 4/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love
Riassunto: «Ti va di… uhm…» tossì, aggiustando il tono di voce, perché nel frattanto la voce di JJ si era fatta abbastanza alta da sovrastare i suoi sospiri quieti «… fare questo ballo con me, anche se non ti piacciono i Duran?».
Georgij lo fissò senza parole, la bocca schiusa e lo sguardo blu che lo squadrava da capo a piedi come se fosse stato un’apparizione bizzarra, un folletto spuntato da sotto a una roccia che si stava burlando di lui, e Yuuri tentennò, quasi pentendosi di aver seguito quel capriccio di un momento. Era assai più difficile avere a che a fare con un altro essere umano, quando non c’era la certezza che ogni gesto di gentilezza venisse ricambiato all’istante; quando bisognava faticare a interpretare le sue reazioni e sperare che l’abitudine ti avesse reso un buon lettore dei suoi sentimenti.
«Va bene, perché no. Però ti avverto che guido io» esclamò alla fine, afferrandogli la mano ancora tesa senza preavviso. Gliela avvolse in una presa calda e asciutta, le dita che gli sfioravano il polso con gentilezza, mentre non si appoggiava a lui per tirarsi in piedi e lo fissava con un mezzo sorriso interrogativo in volto.

★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 5750
★Prompt/Traccia: #55: A chiede a B di ballare
Note: Questo capitolo è un po' più lungo dei precedenti ma succedono un po' di interazioni in più - che fatica gestire il polyamory, nclpf. Inoltre è praticamente tutto dal Yuuri!POV: ve l'avevo promesso a inizio raccolta un capitolo tutto dal suo punto di vista (e arriverà pure quello dal POV di Viktor, non temete). Questo capitolo è molto "cantato". Più precisamente JJ - ah, nel prossimo capitolo ci sarà parecchio approfondimento su di lui - canta: "It Takes A Fool To Remain sane" degli Ark; "Notorious" dei Duran Duran; "Invisible Touch" dei Genesis; "Head Over Heels" dei Tears for Fears; "Gold" degli Spandau Ballet. E avete anche la colonna sonora pronta, se volete ascoltare musica mentre leggete il capitolo.
In ogni caso BUON 2017! ♥ Per le altre note, spoilerosine, ci vediamo a fine capitolo!

In my place, in my place
Were lines that I couldn't change
I was lost, oh yeah

I was lost, I was lost
Crossed lines I shouldn't have crossed
I was lost, oh yeah
(In my place | Coldplay)

Katsuki Yuuri aveva ventisei anni e ne aveva trascorsi circa ventiquattro e qualche mese in case normali. L’appartamento che aveva condiviso per cinque anni con Phichit, in quel del centro di Detroit, non era né piccolo né grande ma delle giuste dimensioni per ospitare loro due e un altro coinquilino. La casa in cui era cresciuto, ad Hasetsu, era forse un po’ ristretta per gli standard occidentali ma era sempre stata calorosa e confortevole, un nido soffice e profumato di cibo caldo appena cucinato, incastrato al primo piano sopra il ristorante di famiglia.

Non poteva dire di essere granché abituato agli spazi ampi, luminosi e discretamente lussuosi in cui lo aveva piazzato Viktor, donandogli ogni cosa potesse avere a disposizione senza alcuna riserva. Si era dato dell’ingrato, a tutta prima, ma non aveva potuto fare a meno di sentirsi clamorosamente perso in quegli spazi troppo aperti e assurdamente immeritevole di tutto quel ben di dio che gli era capitato improvvisamente fra le mani.

«If you don't give me the chance to break down the walls of attitude».

Viktor rise, strappandolo improvvisamente al corso dei suoi pensieri, e il suo sguardo castano tornò a farsi rapire dal ballerino che stringeva fra le braccia e che si lasciò rovesciare all’indietro nel più leggiadro e divertito dei casquet. Anche Yuuri sorrise, gli occhi grandi che si riempivano di minuscole pagliuzze brillanti, della luce dei lampadari e della gioia che gli dava ogni volta stringere il suo ragazzo fra le dita.

«I ask nothing of you, not even your gratitude».

Il suo ragazzo. Viktor Nikiforov non era solo il suo ragazzo, era anche la sua anima gemella. C’era un peso non indifferente in quello che Yuuri non era mai riuscito a considerare un dono ma una grande responsabilità. Essere il destinatario dell’amore di quello che era stato ben più di un semplice idolo nella sua vita – la sua guida spirituale, la sua stella polare, il mito assoluto che lo aveva aiutato a capire se stesso e anche a non accontentarsi mai delle poche briciole che poteva racimolare – era un ruolo difficile e pesante.

«Yuuri, ti vedo pensieroso».

La voce di Viktor, di nuovo, si insinuò nelle crepe sottili dei suoi dubbi e riportava la sua mente lì, al centro della stanza, sotto la luce e in mezzo alle risate di amici contenti, che non subivano il peso di nessun tatuaggio, non avevano inciso nell’interno morbido dell’avambraccio nessuna, dolcissima condanna a dover essere sempre all’altezza di amare qualcuno così meraviglioso, così importante. Qualcuno che per anni aveva considerato completamente fuori dalla sua portata.

«Pensavo solo che quando JJ canta è davvero… woah, davvero gradevole, lo sai?» sorrise Yuuri, scacciando dalla mente quell’ultima considerazione e Viktor annuì serio, per nulla convinto da quel suo tentativo di cambiare argomento, ma poi – ecco – in un volteggio Yuuri gli rendeva di nuovo la testa leggera e ricominciavano a ballare, come se tutta la loro vita si riducesse a quel pattinare sottile e instabile di punte sulla trama impalpabile di una melodia improvvisata.

«And if you think I'm corny, then it will not make me sorry».

No, Viktor non era una creatura meravigliosa e perfetta. Non era soltanto quello, per lo meno. E Yuuri non credeva che avrebbe potuto reggere il peso che comportava amare – completamente e spogliandosi di ogni difesa – Viktor Nikiforov e tutto il carico di problemi e preoccupazioni che si portava dietro senza l’aiuto di Phichit.

Non erano mai stati come Georgij e Viktor, non c’era mai stato quel tipo di rapporto fra loro due, erano qualcosa di meno e qualcosa di più, qualcosa di diverso. Ma c’era stato Phichit, semplicemente lui, quando più si era sentito solo, non accettato, troppo incongruente con una normalità imposta che non poteva immaginare fosse così poco diffusa e sana, in fondo.

«It's your right to laugh at me and in turn that's my opportunity to feel brave».

Phichit c’era stato quando aveva avuto bisogno di essere spinto sul palco ed esibirsi sentendosi non la brutta copia di Viktor ma Katsuki Yuuri. Phichit c’era stato a ricordargli che non aveva bisogno di un tatuaggio, per nutrire i sentimenti più complessi e profondi e puri per un altro essere umano che non era la tua anima gemella.

«Sai, potremmo inserire questo passo nella quinta sequenza dello spettacolo» esclamò all’improvviso, cogliendo con la coda dell’occhio l’arco perfetto che descriveva la schiena del suo ragazzo, mentre con una piroetta si gettava all’indietro, stringendogli soltanto una mano. Vide i suoi occhi azzurri brillare di gioia a quell’accenno, rapito più che se Yuuri gli avesse appena dedicato la più splendida dichiarazione in versi a proposito del suo amore per lui.

«Lo spettacolo è il 2, porcellino mio, basta cambiare passi o faremo impazzire tutti!».

In un attimo Viktor era tornato su di lui, premuto strettissimo contro il suo petto, le braccia che gli cingevano la vita e gli sfioravano le costole e la fronte bianca e liscia appoggiata alla sua. Yuuri si perse in un sorriso quasi ebete, ricambiando appena la stretta: gli sguardi innamorati che Viktor gli rivolgeva erano come un sasso, gettato al centro esatto del suo torace, in mezzo alle costole, che si tirava giù tutte le sue emozioni e le portava in fondo, lungo le gambe, sotto i piedi, fino a lasciarlo svuotato di tutto, la testa leggera e la sensazione costante di star vivendo un sogno bellissimo.

«The picture never drops, it's like a multicoloured snapshot stuck in my brain».

Avrebbe voluto obiettare che il suo perfezionismo non gli permetteva di accontentarsi e star fermo nemmeno a una settimana da una prima importante ma, al diavolo, non era quello il momento giusto per avvitarsi in quel genere di pensieri. La musica continuava a salire di tono attorno a loro, lasciandoli a ridere sommessamente l’uno contro l’altro, finché Viktor non si sporse, la sua bocca a cuore che si posava piano sulla sua, il suo corpo che – muscoli, ossa, battito impazzito del cuore che schizzava per quel contatto più che per aver ballato – lo avvolgeva completamente e Yuuri perse quel poco fiato che ancora gli restava.

Ed eccola, l’ondata di gelo improvviso che gli bruciava i polmoni, mentre la sua lingua zuccherina gli sfiorava il palato, e poi il calore che in una vampa gelida gli ghiacciava persino la punta delle dita. Solo dopo, finalmente, arrivava la quiete e lui poteva sciogliersi contro la bocca di Viktor e ricambiare, senza avere paura che il cuore gli scoppiasse da un istante all’altro. E Viktor ogni volta faceva piano, lo aspettava, come se capisse – no, la frase era formulata male, lui capiva davvero – che bisognava stemperare le emozioni, che a lui poteva piacere l’impennata maledetta di adrenalina che gli faceva scoppiare i timpani e sfrigolare i nervi ma a Yuuri no. Yuuri voleva fare le cose con calma, Yuuri doveva digerire, processare, assimilare ognuna di quelle sensazioni esasperanti un pezzetto alla volta.

«It kept me sane for a couple of years, as it drenched my fears of becoming like the others».

Gli ultimi otto mesi erano stati una palestra difficile per i suoi nervi e una serie di impervie montagne russe per le sue emozioni, qualcosa che mai avrebbe creduto di poter sperimentare in vita sua. Imparare a gestirle stava diventando sempre più facile, forse perché condividere ogni aspetto delle sue giornate con Viktor – la casa, la vita quotidiana, la danza – lo aveva costretto a normalizzarle, purché il suo cuore non soccombesse sotto tanto, esasperato e dolcissimo amore.

Yuuri fece appena caso al fatto che il ritornello stesse arrivando e loro se lo erano persi, mentre le labbra di Viktor si staccavano appena dalle sue e lo lasciavano libero di riprendere fiato. Stava diventando molto più difficile, in compenso, potersi staccare da lui e persino quelle separazioni fisiche gli provocavano lo stesso dolore di un cerotto bruscamente strappato via. Non avrebbe dato la colpa al Dono del Simposio, tuttavia. La magia c’entrava poco col fatto che, effettivamente, Viktor si era innestato con tanta forza nella sua esistenza, che escluderlo sarebbe significato estirparsi via a forza dal cuore troppe cose.

«They've forgotten how to play. Oh, maybe they're afraid to feel ashamed, to seem strange, to seem insane».

Viktor era stato bravo a farsi amare, indipendentemente da tutti gli aiuti devastanti che la magia potesse dare al loro sistema nervoso. Sapeva benissimo quanto valessero i piccoli gesti e le parole più insignificanti in un rapporto a due, quanto… lavoro quotidiano ci volesse per tenerlo in piedi, curarlo come si poteva fare con una piantina delicata, qualche fiore suscettibile e difficile da crescere come le orchidee, magari. Yuuri sapeva anche che era merito di qualcun altro, se Viktor aveva imparato a non affidarsi completamente alla magia del tatuaggio – come ormai facevano invece fin troppe persone “normali”.

«Ho sete» esclamò Viktor all’improvviso, staccandosi da lui e afferrandolo per un polso, prima di fare due passi verso il tavolo del buffet.

«… va bene, prendi qualcosa da bere…».

Yuuri puntò i piedi per terra, sospettoso. Lo aveva notato forte e chiaro, il brillio malizioso nello sguardo azzurro di Viktor e quel sorriso rosa e soddisfatto che non prometteva nulla di buono. Lo sentiva a pelle che stava tramando qualcosa – era uno dei benefici effetti collaterali del Dono del Simposio: empatia aumentata al massimo. Il che significava che il suo sesto senso con Viktor non sbagliava mai e se gli diceva di stare in campana, lui obbediva e si metteva sulla difensiva, all’istante.

«Ma perché non mi accompagni e non prendi qualcosa anche tu~?» sussurrò il russo, riavvicinandosi con fare fin troppo insinuante, due dita sotto il mento e la fronte quasi premuta contro la sua. Yuuri ci mise del bello e del buono, a reprimere il brivido frustrato che lo assalì all’improvviso, l’impulso traditore del suo corpo di lasciarsi andare a quella lusinga – di sciogliersi letteralmente sotto il tocco gentile dei polpastrelli di Viktor – ma poi socchiuse gli occhi e aggrottò le sopracciglia, con fare impermalito.

«Vitya… non… berrò nessun alcolico. Nemmeno per sbaglio. Puoi scordartelo».

Bam.

Se avesse pronunciato una sentenza di morte, la reazione di Viktor sarebbe stata decisamente più composta. Invece lo vide metter su un broncio formidabile ed esclamare con fare perfino offeso: «Ma io proponevo soltanto un bicchierino, per movimentare la serata!».

«Oh, ti prego! Le mie foto in mutande girano ancora su Whatsapp. Sono diventate un meme. E quel party era a Febbraio! Quindi no, per me solo Coca Cola!».

Yuuri aveva incrociato le braccia e lo stava fissando di sopra lo specchio degli occhiali con sguardo tanto miope quanto determinato e Viktor non aveva bisogno di alcuno sforzo empatico per sapere che quello, nel linguaggio del suo corpo, significava discorso chiuso. «Poco male» pigolò, facendo spallucce in un gesto drammatico che avrebbe fatto la gioia del suo ragazzo storico.

«Vuol dire che mi ubriacherò tutto da solo. Anzi, no, ora vado a cercare Chris e ci sfidiamo al palo della pole dance!».

Quel palo.

Era uno dei motivi per cui, un giorno, Katsuki Yuuri sarebbe diventato un serial killer. Aveva esagerato con i drink una volta ed era diventato la leggenda di tutta la comunità I6 – pure la parte che quella sera nemmeno era stata invitata – e, peggio ancora, aveva conquistato il cuore della sua anima gemella nel modo più imbarazzante possibile. E come se già quel ricordo con le annesse prove fotografiche non bastasse, Viktor ci aveva tenuto a farsi mettere un dannatissimo palo per la pole dance in casa. “Chissà, magari hai voglia di riprovare. Anche da sobrio”.

Anche no.

«Non ti fermerò!» gli urlò, mettendosi le mani a coppa davanti alla bocca, mentre Viktor si allontanava con una mano sollevata e sculettava drammaticamente verso il buffet. E poi dava del drammatico a…

«Ma basta con gli anni Duemila! È il momento di rispolverare qualche bel classico degli anni Ottanta! E non c’è modo migliore per farlo che cominciare con una cover che è ancora una delle mie migliori hit su Spotify!».

JJ aveva fatto una cover di “Notorious”?

Yuuri fissò il palco – c’era davvero di tutto in quel salone; a chiederglielo, Viktor avrebbe persino fatto un buco nel soffitto e ci avrebbe piazzato uno scivolo per scendere dalla camera da letto direttamente al piano inferiore – e sbatté le palpebre sorpreso. Lo shock lasciò presto il posto alla constatazione che, beh, lui adorava la musica degli anni Ottanta e quel pezzo l’avrebbe ballato volentieri.

Ma figurarsi se andava a ripescare Viktor “Sto cercando di farti ballare la pole dance di nuovo” Nikiforov. E in realtà, no, lui e Viktor avevano già ballato abbastanza, era curioso di provare qualcosa di diverso, in quel momento. Superò in un sorriso Phichit, che aveva attaccato bottone con Seung-Gil a proposito del suo adorato husky, e si diresse verso il divano a “L”. Non aveva dovuto gettare neanche uno sguardo in quella direzione, gli era bastato percepire la vibrazione familiare di un tono fondo per intercettare la persona che stava cercando.

«Zhora, no, ma che cazzo! Non mi puoi dire che gli Spandau sono meglio dei Duran! Ma l’hai sentita “Ordinary World”?!».

«L’ho sentita, l’ho sentita ma tu non hai sentito abbastanza bene “Gold”, mi sa».

Seduti uno di fronte all’altro, Georgij e Michele stavano discutendo – e anche piuttosto animatamente – con la verve di due fan in ritardo di almeno una trentina d’anni su un duello storico, quasi quanto quello “Beatles vs Rolling Stones”. L’unica cosa che frenava Michele dall’infervorarsi ancora di più era Emil, che lo teneva per la vita come un koala abbarbicato a un ramo d’eucalipto, e a cui lui se ne stava appoggiato come contro il suo cuscino preferito.

«Secondo me i migliori sono i Tears for Fears».

L’aveva esclamato con tono basso e pacato, più intenzionato a fare una battuta che affermare il suo punto di vista – anche se effettivamente preferiva i Tears for Fears – ma vide Michele irrigidirsi immediatamente e fissarlo in cagnesco, neanche volesse saltargli la gola per aver appena pronunciato quell’eresia.

Georgij invece «Sì, mi ricordo quanto ti piace “Head Over Heels”» assentì e – era una frecciatina bonaria, quella lì? – senza proferire parola, Yuuri gli porse la mano destra, di fronte al suo sguardo perplesso, a quello corrucciato di Michele e a quello assai curioso di Emil.

«Ti va di… uhm…» tossì, aggiustando il tono di voce, perché nel frattanto la voce di JJ si era fatta abbastanza alta da sovrastare i suoi sospiri quieti «… fare questo ballo con me, anche se non ti piacciono i Duran?».

Georgij lo fissò senza parole, la bocca schiusa e lo sguardo blu che lo squadrava da capo a piedi come se fosse stato un’apparizione bizzarra, un folletto spuntato da sotto a una roccia che si stava burlando di lui, e Yuuri tentennò, quasi pentendosi di aver seguito quel capriccio di un momento. Era assai più difficile avere a che a fare con un altro essere umano, quando non c’era la certezza che ogni gesto di gentilezza venisse ricambiato all’istante; quando bisognava faticare a interpretare le sue reazioni e sperare che l’abitudine ti avesse reso un buon lettore dei suoi sentimenti.

«Va bene, perché no. Però ti avverto che guido io» esclamò alla fine, afferrandogli la mano ancora tesa senza preavviso. Gliela avvolse in una presa calda e asciutta, le dita che gli sfioravano il polso con gentilezza, mentre non si appoggiava a lui per tirarsi in piedi e lo fissava con un mezzo sorriso interrogativo in volto.

«Vedremo» lo prese in giro Yuuri, tirandoselo dietro oltre i divani, verso il centro dello spazio vuoto che usavano per ballare. Cercò di non fare troppo caso all’occhiataccia con cui lo stava fulminando Michele – come facesse Georgij a tollerare un migliore amico tanto possessivo, non lo capiva, ma non poteva neanche giudicarlo, visto che in modi assai meno plateali sapeva essere altrettanto legato a Viktor.

«Vedi, stai già sbagliando passi».

La giravolta con cui Georgij lo indusse a fronteggiarlo arrivò inaspettata e gli diede una vertigine lieve, quasi euforica, che lo spinse ad abbandonarsi contro il braccio forte che gli stava stringendo la vita e lo costringeva a seguire il ritmo del suo padrone. Yuuri gli posò una mano sul petto, per non finirgli addosso nell’ondeggiare traditore che l’aveva lasciato per qualche istante privo di direzione, e si ritrovò davanti il sorriso beffardo di Georgij.

«Visto? Meglio che conduco io» fece lui con la sua aria un po’ saputa e Yuuri arricciò le labbra in una smorfia di sfida. Avrebbe potuto persino pestargli un piede, volendo, ma alla fine ripiegò per una temporanea ritirata, lasciandosi portare mentre, per sua grande gioia, JJ passava proprio ai Tears for Fears.

Per più di una trentina di secondi nessuno dei due aprì bocca, troppo impegnati a prendersi reciprocamente le misure e lanciarsi sguardi di sottecchi – un passo qui, un saltello lì. Bisognava fare attenzione a non inciamparsi fra le scarpe, per carità, e – tac tac tac – gli stivaletti di Georgij tenevano il tempo così bene, sbattendo ritmicamente sul parquet, che a Yuuri sembrava fosse la musica a seguire lui e non il contrario.

C’era qualcosa di Viktor nel modo in cui Georgij ballava ma non nel senso più banale a cui potesse pensare. Non rivedeva Viktor nelle sue movenze – più barocche, più infiammate, decisamente più estreme – ma c’era la sua ombra nel modo in cui le eseguiva, un’impressione che gli era rimasta appiccicata come un sedimento residuo che non si sarebbe lasciato portare via da nessuna corrente.

«Perché mi hai invitato a ballare?».

«I wanted to be with you alone and talk about the weather».

La domanda, sussurrata in quel tono esageratamente basso che assomigliava più a un rombo di tuono che a una voce umana, lo colse così tanto di sorpresa che per qualche istante Yuuri rimase inerte fra le sue braccia, lasciandosi portare, mentre lo fissava sbattendo le palpebre ripetutamente.

«Oh… oh! Ero curioso».

Georgij aggrottò le sopracciglia – era comico il modo in cui le sue espressioni facciali passassero dal fintamente indifferente al drammaticamente colpito nello spazio di pochi istanti – e inclinò il capo di lato prima di, casquet, costringerlo a gettare la testa all’indietro con tanto slancio che per poco Yuuri non temette di perdere gli occhiali.

«E di cosa?».

«But traditions I can trace against the child in your face won't escape my attention».

Yuuri ritornò perfettamente in piedi a fissarlo, indispettito e divertito al tempo stesso. Non era come ballare con Viktor – la loro affinità era ormai così forte che non avevano bisogno di parole, bastava loro uno sguardo per accordarsi – e non era nemmeno come ballare con Phichit – il loro era un affiatamento costruito nel tempo e poi il suo miglior amico aveva un modo gioiosamente entusiasta di trascinarlo, senza che neanche si accorgesse di essere guidato.

Georgij gli faceva girare la testa, letteralmente, perché il suo modo di ballare era esattamente come il suo modo di girare i suoi terrificanti corti sperimentali: ti lasciava senza fiato e ti faceva scorrere i suoi personalissimi drammi sotto pelle, semplicemente appoggiando tutte e dieci le dita sul dorso della tua mano o al centro della tua schiena. C’era qualcosa di terribilmente cupo nel suo modo di condurlo e Yuuri non era poi così sicuro che non volesse farsi trasportare un altro po’ e vedere fin dove potevano arrivare.

«Volevo ballare con te, visto che non posso farlo sul palco».

Tentennò. Georgij tentennò per un istante, la presa che si ammorbidiva e i suoi movimenti che rallentavano, sfumando in qualcosa di più languido, quasi intenerito.

«You keep your distance with a system of touch and gentle persuasion».

Yuuri ne approfittò, facendo qualche passo indietro e attirando Georgij nel suo volteggiare più ampio e tranquillo, decisamente più ripulito di tanti vezzi.

C’era qualcosa di Viktor nel modo che Yuuri aveva di ballare. Georgij ne riconosceva i passi forti, certe impostazioni del capo e delle spalle, ma il cuore palpitante e tiepido che c’era sotto era tutta farina del sacco del ballerino giapponese. Yuuri aveva una morbidezza, nel piegarsi al ritmo della musica e interpretarla attraverso i suoi gesti, che Viktor non conosceva. Viktor Nikiforov restava sempre la molto distante regina dei ghiacci ed era la musica a doversi piegare alle sue esigenze, era la musica che finiva meravigliosamente stravolta dal suo ritmo.

«I'm lost in admiration could I need you this much, oh, you're wasting my time».

Soprattutto Viktor aveva ragione: Katsuki Yuuri faceva musica semplicemente respirando, il suo corpo intero che diventava cassa armonica per ogni nota e ogni pausa. Si scoprì a stringere di nuovo le dita contro la sua pelle, quasi avido, come se volesse assaporare più a fondo quel piccolo miracolo danzante che si muoveva fra le sue braccia, malleabile come creta e vivace come argento vivo.

«Pensavo ti bastasse danzare insieme a Vitya».

Georgij non pronunciò quella frase con rancore. Era una pura constatazione di fatto e, per sua fortuna, Yuuri non sembrò prendersela, perché si limitò a fare spallucce e «Seguo Vitya da anni e… insomma, seguire lui significava seguire anche te, una volta. Eravate… siete sempre stati così complementari, in effetti certe volte mi chiedo come si potesse darti per scontato… eri così nell’ombra che se ti tolgo dal quadro della sua carriera… mi sembra che manchi improvvisamente profondità a tutto quello su cui ha ballato Vitya» cominciò a parlare, mentre i Tears for Fears finivano in fondo ai loro pensieri e si ritrovavano entrambi a mettere il pilota automatico, seguendo la musica per forza d’inerzia.

«Mi incuriosivi. Sarebbe stato persino divertente coinvolgerti in una sfida di danza».

Risata. Georgij rise, una risata di quelle sue basse e drammatiche – da strega, avrebbe voluto aggiungere Yuuri senza alcun intento denigratorio, perché erano davvero assolutamente scenografiche. Poi riabbassò il capo e lo fissò di sottecchi, mentre «Se fossi ancora in grado di reggere una competizione, sai che non avresti scampo contro di me, sì?» ribatteva sarcastico. Lo stava provocando, Yuuri ne era certo e figurarsi se si tirava indietro, proprio con lui.

«A giudicare da come stai conducendo, non credo proprio» lo incalzò Yuuri e «Carabosse» lo apostrofò ironico. A sentir nominare il suo ultimo successo cinematografico – una strage in cui la strega vinceva così tanto che morivano tutti e finiva per uccidersi persino lei per la noia, qualcosa che la critica aveva salutato come la perfetta incarnazione dell’anno precedente – gonfiò il petto inorgoglito, abbassando la guardia. A quel punto fu la volta di Yuuri di farlo piroettare e, in un rapido scambio di posizioni, costringerlo a un casquet che restituì al russo tutte le vertigini che gli aveva regalato fino a qualche istante prima.

«Se il tuo modo di vincere è imbrogliare, allora sì, probabilmente ce l’avresti fatta!» replicò Georgij, recuperando l’equilibrio e acchiappandogli una mano fra le sue, mentre cercava di attirarlo nella parodia meglio riuscita di un passo di valzer. Ma figurarsi se Yuuri era così disposto a cedere il comando una volta che ce lo aveva fra le mani.

«Something happens and I'm head over heels, ah, don't take my heart, don't break my heart».

«Eh, non si tratta di imbrogliare! Non è colpa mia se qui qualcuno ha un ego mostruoso» sorrise Yuuri, uno di quei sorrisi agghiaccianti in cui non era capace di prodursi neanche Viktor, perché non era semplicemente un sorriso tagliente. Sapeva essere così dolce, mentre ti distruggeva in un solo sollevarsi degli angoli della bocca, da lasciare Georgij – che pure alle uscite più crude del suo storico ragazzo era abituato – praticamente senza fiato.

Gli pestò un piede, più per scherzo che per l’intenzione di fargli del male, e il ballerino giapponese fu lesto a replicare, tanto che la loro danza divenne un tentativo malcelato di rovinarsi le scarpe a vicenda, finché non si ritrovarono a ridere, rossi in viso per la fatica di quella prova immane.

Il silenzio li avvolse all’improvviso, quando la canzone terminò, lasciandoli a incespicare ancora scherzosamente nei loro passi. Respirarsi addosso, mentre continuavano a scrutarsi perfettamente immobili, rendeva la tensione di quel momento, improvvisamente serio, ancora più imbarazzante ma nessuno dei due accennava a staccarsi dall’altro. Yuuri sembrava sul punto di dire qualcosa, qualcosa che continuava a rimandare deglutendo rumorosamente a vuoto, e Georgij… Georgij sembrava avere continuamente qualcosa da dire ma poi stava zitto, si metteva in un angolo e aspettava che il dramma passasse.

Oppure tratteneva troppo e sbottava nei modi più improbabili e allora, anche a voler restar seri, era uno spettacolo vederlo perdere le staffe.

«Zhora, io… Grazie».

«Well I've been waiting, waiting here so long but thinking nothing, nothing could go wrong, ooh now I know».

Georgij lo teneva a malapena fra le braccia, dondolando insieme a lui in un accenno di un ballo che tardava a cominciare. Le sue iridi blu divennero un anello stretto dietro le pupille dilatate dalla sorpresa, mentre «Di cosa?» sussurrava, perplesso e curioso assieme.

Yuuri, le guance ancora arrossate – non sapeva neanche lui se per lo sforzo del ballo o per quello che stava dicendo – lanciò un’occhiata grande e imprecisa all’ambiente che li circondava e: «Di tutto questo. Di avermi permesso di farne parte».

Georgij oscillò e continuò a trascinare entrambi in un ballo lento e trascurato, mentre il suo sguardo percorreva nello stesso modo malfermo l’immenso salone scintillante e poi si fermava nuovamente su Yuuri, guardandolo come se lo osservasse davvero per la prima volta.

«She has a built in ability to take everything she sees and now it seems I'm falling, falling for her».

«Io… non ho fatto niente, Yuuri. Sei tu che mi hai… uh, concesso la grazia di restare con Vitya».

Yuuri dovette sporgersi per afferrare quelle parole, che Georgij gli aveva sussurrato guardandolo fisso negli occhi, come se si stesse sfidando a non sentirsi in colpa, mentre gli rivolgeva quel ringraziamento.

«Anzi, avrei dovuto dirtelo io per primo, smettila di mettermi in difficoltà così!» insistette, ricominciando a seguire la musica, e si trascinò dietro uno Yuuri sorridente, che lo fissava di sotto in su cercando di ritrovare il suo sguardo oltre l’orlo delle ciglia lunghe.

«Io non ti ho fatto nessun piacere, Zhora. Sei qui da molto più tempo di me, eri tu quello che aveva più diritto di protestare, in fondo».

Le mani di Yuuri erano morbide ma ferme, mentre costringevano Georgij a moderarsi e seguire il suo passo più lento e appagato, e sotto le dita il ballerino giapponese poteva sentire nettamente il battito forte, quasi isterico, del suo cuore, mentre avvampava a quelle parole, che andavano a rimestare nelle ceneri mai davvero spente delle sue paure più brucianti e lo lasciavano a corto di lucidità.

«She seems to have an invisible touch, yeah. She reaches in, and grabs right hold of your heart».

Era strano dirgli quelle parole, quando lo aveva invidiato – e non in modo benevolo – per tanto tempo. Aveva seguito la carriera di Viktor per anni, da fan discretamente ossessionato che aveva imparato a collezionare foto, fatti e curiosità su di lui e sulla sua vita. Ci voleva del tempo per accorgersene ma se guardavi bene alle spalle di Viktor Nikiforov, prima o poi finivi per notarlo, Georgij Popovič. Era come un’ombra permanente, che faceva risaltare ancora di più la luce del suo più fortunato e talentuoso compagno ed era proprio così che te ne accorgevi – per contrasto, perché all’improvviso Viktor sembrava brillare di meno e ti rendevi conto che lui era uscito di scena, nel modo più tragico possibile per un ballerino.

Legamento crociato fottuto, a entrambe le ginocchia, una vita intera da ripensare a ventun anni e l’unica certezza di essere il compagno non ufficiale ma sempre presente al fianco di Viktor – non importava cos’erano stati costretti a negare per anni davanti alle telecamere, Yuuri non era stato così stupido da mangiare la foglia.

«Ma tu eri… sei quello giusto» si provò a protestare Georgij e Yuuri avrebbe proprio voluto ribattere che non era il caso di fare drammi, quando non stava scrivendo sceneggiature per i suoi film. Invece scosse il capo e sovrastò la musica e la voce forte e squillante di JJ mentre «Al massimo lo sono diventato» gli suggeriva, continuando a fissarlo mentre lo sguardo del russo gli sfuggiva, ostinatamente appuntato sulla sua spalla.

«La magia mi ha permesso di incontrare Viktor e il caso lo ha fatto incontrare a te, sono solo due modi diversi di arrivarci… ci siamo meritati entrambi di restare, non trovi?».

Non lo aveva visto, la prima sera che si era trovato faccia a faccia con Viktor. Non c’era alle sue spalle ma anche se ci fosse stato, dubitava profondamente che avrebbe fatto caso a lui. L’adrenalina che schizzava, mentre il più grande ballerino russo della storia contemporanea gli rivolgeva una frase – la sua Prima Frase – e poi la testa che diventava leggera e il resto del mondo che smetteva di avere senso fuori da loro due.

«She seems to have an invisible touch, yeah. It takes control and slowly tears you apart».

«Ma cosa fai… piangi?».

Davanti ai suoi occhi, Georgij aveva sollevato una mano e si stava stropicciando le palpebre sotto le dita, nel vano tentativo di scacciare l’insorgere traditore di lacrime che bruciavano, salatissime, per uscire fuori e fargli fare la figura del solito sentimentale così pronto a emozionarsi per nulla.

Anche se quelle parole non erano “nulla”.

«Cosa vuoi… mi dici certe cose… ti aspetti che faccia finta di niente?» mugugnò Georgij con il suo tono più cavernoso e spezzato, asciugandosi gli angoli degli occhi contro il polso. Fu un attimo, il tempo che socchiudesse gli occhi e tirasse su col naso, prima che due braccia lo circondassero in un abbraccio gentile, avvolgendosi attorno alla sua vita. Poi «Ma se fai così, mi fai passare per il cattivo che ti ha fatto piangere» fu la voce calma e sorridente che lo raggiunse contro l’orecchio, costringendolo a ricambiare l’abbraccio con tanto entusiasmo da togliere il fiato al povero Yuuri.

La consapevolezza di Georgij, per Yuuri, era arrivata dopo, quando la tensione del primo incontro con Viktor era crollata bruscamente e lui era rimasto solo a rimuginare con i suoi pensieri. Avrebbe dovuto detestarlo ancora di più, quando aveva capito che era l’unico ostacolo che si frapponeva fra lui e la sua anima gemella. Aveva finito, invece, per provare la più perversa e autolesionistica compassione nei suoi confronti. Lui lo sapeva, in fondo, che significava non avere un tatuaggio.

Aveva dovuto attendere quasi ventiquattro anni prima di vedersi comparire quel dannato marchio sul braccio, si era sentito persino in colpa – perché forse non aveva potuto controllare il Dono ma avrebbe potuto rovinare la vita di due persone che erano state assieme così a lungo da aver raggiunto un equilibrio tutto loro.

«Bene, così per una volta non passo io per l’artista maledetto e inquietante» lo rimbrottò Georgij ma ormai la sua voce si era sciolta in un sussurro addolcito e la pacca che rifilò sulla schiena di Yuuri non aveva nemmeno la forza necessaria a fargli sputare fuori fiato. Quello rise, staccandosi da lui, mentre con un cenno del capo «Un altro giro?» gli chiedeva, proprio quando JJ attaccava le prime note di “Gold” e figurarsi se il russo si tirava indietro.

«These are my salad days, slowly being eaten away».

A Georgij, soprattutto, doveva il merito di averlo fatto incazzare. Sembrava un pensiero assurdo, ma la sincerità con cui gli aveva dimostrato quanto male gli avesse fatto la sua inaspettata apparizione nella vita di Viktor lo aveva costretto ad essere altrettanto onesto e non sentirsi nemmeno in colpa, per averlo odiato con uguale intensità.

Il dolore lo devi tirare fuori, Yuuri. Se ti sto sulle palle, dimmelo, perché… che sia chiaro… io ti detesto”.

Non poteva dire che non ci fossero ancora tante asperità da limare, lì. Come nel loro modo di danzare, mentre Georgij riprendeva a condurre e Yuuri doveva saltellare un passo dopo l’altro per star dietro al suo ritmo concitato – ma in quanto a resistenza, figurarsi se si faceva dare punti anche dal più temibile degli ex-ballerini classici russi.

«Bene, bene, il gatto non c’è e i topi ballano, eh?».

«Just another play for today. Oh, but I'm proud of you, but I'm proud of you».

Una quarta voce si frappose fra quella di JJ e le loro e prima che Yuuri e Georgij potessero voltarsi, due braccia muscolose cinsero le loro spalle e una zazzera di familiari capelli color ferro invase il loro campo visivo. Non li costrinse nemmeno a fermarsi, Viktor, ondeggiando insieme a loro, mentre afferrava una mano della sua anima gemella e una del suo ragazzo di sempre. Dieci dita si intrecciarono alle sue, ricambiando la sua stretta quasi per forza d’inerzia, e due paia d’occhi si appuntarono su una bocca a cuore che sorrideva, rossissima di malizia.

«Quanto hai bevuto, Vitya?» fu la domanda che quasi all’unisono gli rivolsero entrambi e Viktor gettò la testa all’indietro, scoppiando in una risata acuta e scrosciante, come una cascata d’acqua cristallina.

«Come siete cattivi, mi sono solo sciacquato la bocca con due calici di champagne!».

Georgij aggrottò le sopracciglia, scuotendo il capo rassegnato, mentre Yuuri metteva su la sua smorfia più fintamente indispettita. Gestire il contatto con Viktor diventava più semplice e meno terribile, quando poteva appoggiarsi a Georgij, quando poteva condividere con lui l’onda travolgente di tutto quell’infinito amore che gli si riversava sulla pelle e nel petto con troppa forza.

«Nothing left to make me feel small, luck has left me standing so tall».

«Yuuri, chi gli tiene la testa stasera, quando butterà l’anima?».

Georgij lo guardò, mentre volteggiavano in quel girotondo improvvisato, Viktor fra loro due che faceva da tramite, un po’ facendosi condurre da Yuuri, un po’ seguendo la corrente travolgente dei suoi passi. Il ballerino giapponese lo fissò, comprensivo, e «Io direi di lasciarlo a Chris, visto che aveva tanta voglia di sfidarlo al palo della pole dance» concluse, annuendo risolutamente nella sua direzione.

«Yuuri, spione!» lo rimbeccò Viktor, strattonandolo per un polso, mentre Georgij lo fulminava con uno sguardo al solo accenno di quel nome. Fu lesto, il ballerino russo, a trascinare entrambi nel vortice di un ritornello che continuava a crescere e chiedeva tutta la loro attenzione.

Erano decisamente un trio sconclusionato, pensò Yuuri, lasciandosi trascinare dalla musica, da Viktor e da Georgij senza opporre resistenza. Ma la vita era forse la cosa più sconclusionata che conoscesse e se quella strana, adrenalinica confusione era il prezzo più grande che doveva pagare per poter restare accanto alle persone a cui più teneva, lo avrebbe pagato volentieri in contanti, anche subito.

«You're indestructible, always believe in, because you are gold».

Note finali: 1. Credo che mi sia scappata la mano sulle descrizioni di Yuuri e Viktor/Yuuri e Georgij che ballavano e che sia finito tutto molto a essere (come parlo???) una metafora di cos'è il sesso fra loro a letto. Sono una personcina triste e scontata. *piange*
2. Michele, mio dio, come sei possessivo. (LOL)

 
 
 

Recent Posts from This Journal