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02 January 2017 @ 10:44 pm
[Yuri!!! On Ice] I'd break the back of love for you (5/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #5 - We're no strangers to love
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Jean-Jacques Leroy
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri, JJ/Isabella
Parte: 5/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love
Riassunto: C’erano gli animali da festa, quelli che se la cavavano discretamente a surfare da un gruppo di amici all’altro, quelli che si aggrappavano, come barche alla deriva che gettavano l’ancora, all’unico amico che erano riusciti a trascinarsi dietro, e poi c’erano quelli che facevano tappezzeria.
Georgij apparteneva per diritto di nascita a quell’ultima categoria e, a far compagnia alla carta da parati, si finiva per notare gli eventi più minuscoli ma forse più meravigliosi – proprio come gli avvistamenti degli ufo – che accadevano ai margini delle feste. Finivi anche per fare incontri particolari – era così che aveva attaccato bottone con Michele ed erano finiti per diventare tanto amici – o addirittura per lanciarti in discorsi profondi degni di un simposio filosofico.
Era anche così che aveva
notato JJ.
★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 3910
★Prompt/Traccia: #54. “Qualcuno sta comunicando con noi usando le lucine dell’albero” “Hai bevuto?” “Guarda! È codice Morse!”
Note: Ok, questo capitolo è più breve del precedente ma quasi altrettanto memico. C'è JJ perché, ehi, a quanto pare negli ultimi giorni ho scoperto che demente meraviglioso è e ho cominciato a buttarci giù headcanon stupidi su una sua amicizia sconclusionata con Goshen'ka.
E quindi, niente, godetevi le citazioni cinematografiche - questo capitolo ne è zeppo - i quasi plot-twist, JJ brillo, Georgij sobrio ma filosofico delirante e le lucine dell'albero di Natale.
Ricordate: nowhere is safe, CI VEDONO.

Never gonna give you up
Never gonna let you down
Never gonna run around and desert you
Never gonna make you cry
Never gonna say goodbye
Never gonna tell a lie and hurt you
(Never gonna give you up | Rick Astley)

Georgij aveva un preciso numero di idiosincrasie nella sua vita, che con gli anni si erano acuite, invece di smorzarsi. Una di queste era l’odio per i bagni pubblici o per quelli che doveva condividere con persone estranee. Era per questo che si era arrampicato fino al primo piano e aveva raggiunto il bagno padronale, piuttosto che usare quello per gli ospiti al piano terra.

Il pianerottolo, su cui affacciavano le camere da letto e lo studiolo – piuttosto grande per quel nome modesto – in cui Yuuri aveva ammassato tutte le sue proprietà, era immerso in una penombra in cui le luci dorate del piano terra si riversavano in un’aureola luminosissima, gettando ombre lunghissime sui muri bianchi. Georgij si fermò sui suoi tacchi a osservare quel gioco di chiaroscuri, già meditando dove avrebbe potuto piazzarlo e se poteva essere una buona premessa per un horror psicologico su una casa che consumava i suoi inquilini.

«Ma è assurdo!».

Saltò su, colto sovrappensiero da quell’esclamazione improvvisa, e il suo sguardo blu scandagliò la penombra alla ricerca del possessore di quella voce acuta fin troppo familiare. Lo individuò appoggiato al corrimano dello scalone che portava al pianterreno, le spalle ripiegate in avanti sotto una camicia verde acquamarina un po’ spiegazzata. Il nodo della sua cravatta blu – che con quella camicia stonava tantissimo, tra le altre cose – era stato allentato e il colletto era mezzo aperto, come se quella persona avesse avuto un gran caldo.

«Che cosa è assurdo?».

Georgij esitò qualche istante, prima di pronunciare quelle parole, allungandosi cautamente verso l’autore di quell’esclamazione, attento persino a non fare troppo rumore coi tacchi. Con Jean-Jacques Leroy bisognava stare attenti perché, ad avvicinarglisi quando era così solo e lontano dai riflettori, si rischiava di venire investiti da un fiume di parole (che spaziavano dal “io, io, io” al “anche tu hai fatto questa cosa? Perché io”) che ti lasciavano senza fiato ad annaspare alla ricerca di un appiglio.

JJ però non lo degnò nemmeno di uno sguardo e si limitò, con fare solenne e alquanto ondeggiante, a sollevare un dito e puntarlo in basso, in direzione del loro enorme albero di Natale. Bisognava fare una digressione importante, su quel pianerottolo che si affacciava all’immenso salone di Villa Dulcamera come una passerella con vista privilegiata sul palco. Non era esattamente così, quando lui e Viktor l’avevano comprata – tutto l’interno era stato ristrutturato ma su quello scalone, in particolare, il suo ragazzo aveva avuto le idee molto chiare. Doveva essere una discesa tronfia e trionfale dalle camere da letto al pianterreno, uno scalone unico che si apriva terminando a ventaglio… un po’ come lo scalone d’ingresso nel palazzo de “La Bella e La Bestia” che portava alla mitica Ala Ovest.

E Georgij era debole, ok? C’erano cose su cui non poteva transigere, cose per cui avrebbe affrontato volentieri il ridicolo e chi era lui per dire a Viktor “non metteremo una roba così pacchiana in casa nostra”? Non era pacchiana, era artistica. Adesso, però, mentre il suo sguardo blu seguiva il verso dell’indice di JJ, gli scenari che gli balenavano alla mente erano quelli di un brutto live action della Disney, in cui i nerd di turno si ritrovavano in queste case assurdamente eleganti a piangersi addosso lontano dal cuore della festa, dove si scatenavano i più popolari del giro. Non era carino.

«Qualcuno sta comunicando con noi usando le lucine dell’albero!» biascicò JJ, la voce impastata dall’alcol – Georgij lo notava solo ora – e lo sguardo un po’ lucido e vacuo di chi non aveva più molta presa sulla realtà.

«Hai bevuto?» sospirò, sollevato, annullando le distanze fra loro e appoggiandosi anche lui sul corrimano dorato, il gomito lontano appena due dita da quello del canadese. Jean-Jacques Leroy poteva pure essere una rockstar di grande fama ma reggeva l’alcol molto, molto male. E per “molto male” Georgij non intendeva dire che era semplicemente uno di quei deboli che a stento buttavano giù due shot di tequila prima di collassare. Intendeva che anche un sorso di Bacardi Breezer bastava a renderlo più ubriaco di Viktor dopo tre bottiglie di vodka pura.

«Guarda! È codice Morse!» insistette JJ, afferrandogli il braccio per richiamare la sua attenzione, mentre continuava ad aguzzare lo sguardo, come se davvero riuscisse a individuare un pattern nascosto nell’ammiccare ritmico delle lucine dorate e rosse che facevano capolino fra gli aghi di plastica dell’albero.

Diventava più approcciabile, JJ, dopo quel mezzo dito di Bacardi – o di qualsiasi cosa fosse riuscito a recuperare sul tavolo del buffet, molto più probabilmente prosecco – forse perché si ricordava che c’erano altri argomenti di cui parlare, a parte se stesso medesimo.

«O magari sono gli alieni che stanno cercando di comunicare con noi» gli concesse conciliante, mentre JJ annuiva solennemente, persino più convinto da quell’ipotesi.

C’erano gli animali da festa, quelli che se la cavavano discretamente a surfare da un gruppo di amici all’altro, quelli che si aggrappavano, come barche alla deriva che gettavano l’ancora, all’unico amico che erano riusciti a trascinarsi dietro, e poi c’erano quelli che facevano tappezzeria.

Georgij apparteneva per diritto di nascita a quell’ultima categoria e, a far compagnia alla carta da parati, si finiva per notare gli eventi più minuscoli ma forse più meravigliosi – proprio come gli avvistamenti degli ufo – che accadevano ai margini delle feste. Finivi anche per fare incontri particolari – era così che aveva attaccato bottone con Michele ed erano finiti per diventare tanto amici – o addirittura per lanciarti in discorsi profondi degni di un simposio filosofico.

Era anche così che aveva notato JJ.

«Giò ma non torna… gli alieni non possono conoscere il Codice Morse… a meno che non ci spiino da anni…».

Jean-Jacques Leroy era un personaggio particolare, uno che in certi clichés si rotolava alla grande – perché lo rappresentavano perfettamente – eppure ne sfuggiva in modo altrettanto eclatante, tanto che a dire di lui che fosse un egocentrico un po’ sociopatico ci avresti azzeccato e avresti avuto torto nello stesso momento. Perché sì, Jean-Jacques Leroy era un egocentrico bastardo e pure uno di quelli che più avevano fatto per la comunità I6 e le due cose, in qualche maniera, filavano a meraviglia assieme.

«Non è da escludere. Insomma, se ci pensi… magari ci hanno insegnato a costruire le piramidi per usarle come ripetitori spaziali» scherzò Georgij, rispondendo con altrettanto entusiasmo alla sua gomitata e facendolo ondeggiare abbastanza, perché JJ dovesse aggrapparsi al corrimano per non cadere di lato.

Non ricordava bene in che preciso momento della sua vita nell’ultimo anno e mezzo passato a Detroit lui e JJ fossero diventati amici – non sapeva nemmeno se definire a quel modo il loro sconclusionato rapporto a base di conversazioni brille e scambi di foto su Snapchat a botte di “Ehi, Giò, guarda i bozzetti delle mutande della mia nuova linea di moda!!!”. Il punto era che Georgij, quando non riversava tutti i suoi drammi nelle sue sceneggiature orrorifiche, si pronunciava assai poco, soprattutto nelle più sfrenate occasioni sociali. Le stesse occasioni a cui JJ piombava non invitato, ritrovandosi a sproloquiare di tutto e di più con la sola compagnia della sua ragazza. Spesso da solo.

Almeno finché non aveva trovato lui, che se n’era stato in ammirato – più che altro Georgij avrebbe detto “perplesso” – silenzio ad ascoltare le sue gesta e persino assecondarlo con una certa punta di ironia, che avrebbe gonfiato il petto di Phichit di orgoglio.

«Forse il 2018 è l’anno, Giò… noi festeggeremo il Capodanno e loro sovrasteranno New York con un mega-disco volante e il Presidente dovrà salvarci tutti! Come in Independence Day!» sbottò JJ, la sua voce che prendeva un acuto quasi drammatico, mentre allargava le braccia e si figurava davanti ai loro occhi quell’immagine devastante.

Georgij stava pensando più a “La Cosa” di John Carpenter ma non glielo disse. JJ gli faceva compassione, da un certo punto di vista lo capiva persino. Non aveva un carattere facile – di certo non aiutava presentarsi al grido di “It’s JJ style” – ma ben pochi provavano a venirgli incontro o ad andare oltre la superficie dei suoi approcci troppo goffi. E Georgij avrebbe potuto scriverci più di un libro, sui tentativi disastrosi di fare amicizia o sul fatto che, a quanto pareva, la sua espressione neutra incuteva negli altri timore (e il sospetto che fosse ammanicato con la mafia russa).

«O magari finiremo per chiuderli in un ghetto, come in District 9».

«Sì… sì, hai ragione, gli esseri umani possono… essere incapaci di… capire la grandezza e avere paura!» concluse JJ, un momento di profondo dramma lirico nella sua voce, e Georgij si sciolse in un sospiro malinconico, dandogli un’incoraggiante pacca sulla schiena.

E dire che anche JJ era uno di loro, un Inconcepibile di una specie un po’ strana, dato che il suo tatuaggio – uscito pure precocemente all’età di dieci anni, stando alla sua autobiografia non autorizzata – recava sul bicipite sinistro… le sue iniziali.

JJ non solo aveva un tatuaggio che non lo legava a nessun essere umano ma era di una specie così rara da classificarlo come il re dei narcisisti. Quel che era peggio – almeno stando ad alcuni dei rappresentanti più estremisti della comunità I6 – ostentava quella diversità senza paura di confermare parecchi stereotipi sul conto della sua categoria. Esattamente come Seung-Gil che non aveva alcun tatuaggio e, da Incompleto, non si era mai premurato di infrangere lo stereotipo che lo voleva misantropo e senza sentimenti verso altri esseri umani; così Jean-Jacques Leroy aveva sempre rivendicato il suo amore per se stesso.

Lo aveva cantato in quelle hit che lo avevano reso celebre in giro per il mondo, lo aveva urlato dai palchi dei suoi numerosi concerti, se lo era tatuato – doppia infrazione alle regole – sul resto del corpo insieme al suo amore per la sua patria, lo aveva rivendicato con orgoglio nei suoi libri.

«Ma Isabella dov’è?».

E poi aveva rivoltato come un calzino tutta l’opinione pubblica, mettendosi col capo assoluto del suo fan club, Isabella Yang, e strillando ai quattro venti che tutto quell’amore per se stesso era così tanto, che non poteva fare altro che donarlo alla sua ragazza e a tutti i suoi fan, neanche gli stesse facendo piovere in testa una benedizione.

«È giù a parlare con Mila e Kenji… si stavano divertendo molto».

Gliene avevano dovuto dare atto tutti, però: di carisma e presa sul pubblico JJ ne aveva sempre avuti parecchi – complice una voce davvero bella e un impegno maniacale nel curare tutti i dettagli della sua carriera musicale – e li aveva usati tutti al massimo per perorare la causa della comunità I6 e della “normalizzazione” dei suoi membri all’interno della società.

Sempre partendo – poco modestamente – da se stesso, era ovvio.

Georgij lo fissò di sottecchi: lo sguardo illanguidito dall’alcol, una guancia premuta contro il palmo della mano, le labbra grandi distorte in una smorfia triste… JJ non aveva esattamente la solita aria ridanciana che gli veniva su quando l’alcol lo rendeva abbastanza sciolto da essere persino approcciabile senza troppi problemi. Frugò nella sua mente, alla ricerca di un motivo che avesse potuto incupirlo così tanto, e immaginò che fosse triste per non aver ricevuto abbastanza complimenti dopo le due ore non stop di karaoke con cui aveva accompagnato le danze dei presenti.

«Hai cantato bene, sta…».

«A Isabella è spuntato il tatuaggio. La Frase non è la mia».

JJ non lo aveva guardato, mentre pronunciava quelle parole. Se n’era rimasto con lo sguardo perso nelle mille lucine colorate che gli ballavano davanti alla retina, ferendogliela come puntine di spilli, sotto lo sguardo blu e sgranato di Georgij.

«Ma quando…» balbettò nel suo tono di voce più fondo, le ultime parole di quella domanda che si perdevano, smozzicate, sotto il rumore del chiacchiericcio che veniva dal pianterreno. Lo sguardo gli cadde quasi per caso su Isabella, seduta sui cuscini piazzati attorno all’albero che rideva e giocava proprio in compagnia di Mila e Minami.

«Due mesi fa».

JJ teneva adesso tutte e otto le nocche affondate nelle guance e quelle parole le mugugnò annoiato, come se lo indispettissero profondamente. Il suo sguardo azzurro vagò svogliatamente in giro per la stanza, fino ad appuntarsi quasi per caso su Isabella e poi allontanarsene di scatto, rivolgendo un’occhiata di sguincio sull’amico. Georgij aveva smesso di toccargli la schiena e se ne stava praticamente a bocca aperta a fissarlo. Sapeva della sua condizione e della sua storia e JJ era conscio che poteva fidarsi di lui – se gli confidava un segreto del genere – ma non era poi tanto convinto che sarebbe stato altrettanto disposto a dare sfogo alla sua logorrea autobiografica senza un aiutino.

Non su argomenti del genere.

«Ma tu e Isabella… avete annunciato il matrimonio due settimane fa…».

La sua mano smise di restare a mezz’aria e si appoggiò piano alla spalla di JJ in una stretta consolante, un massaggio lento che gli stropicciò la camicia e lo spinse a continuare a parlare, a buttare fuori tutti i pensieri che gli passavano per la testa, perché Georgij avrebbe ascoltato senza ribattere, senza guardare altrove e fingere di prestargli attenzione quando non vedeva l’ora che finisse di parlare.

«Sì, ora che la legge è passata, volevamo approfittarne subito…».

Georgij strinse le labbra, ricacciando in basso il magone che risaliva in gola come un grumo acido. Era un altro, ironico scherzo del destino che la legge che permetteva i matrimoni anche fra i Non Completi fosse passata lì negli Stati Uniti appena un anno dopo che lui e Viktor avevano incontrato Yuuri.

«Ma Isabella ha già… incontrato il suo…».

Sarebbe stato impossibile in ogni caso per loro tre sposarsi – la poligamia era un po’ troppo da chiedere – ma non era di lui che stavano parlando. Nella sua voce, però, JJ l’afferrò tutta l’empatia quasi letale con cui Georgij lo stava sostenendo – già visto, già provato, già superato – mentre lui si stropicciava la faccia con una mano e fissava lo sguardo nel vuoto, come richiamando alla memoria le immagini esatte di un dialogo che gli si era impresso a fuoco nella mente.

«Ha detto che non ne vuole sapere… ha detto… si è cancellata il tatuaggio, come ha fatto Micky».

Georgij si sporse appena, cercando di riconoscere in che genere di espressione si fosse deformato il volto dell’amico, dietro la mano grande che lo copriva per metà, ma non aprì bocca. Per una volta la proverbiale logorrea di JJ sembrava essersi scolorita in un balbettio stanco e fondo, quasi quanto il volume che aveva preso la voce di Georgij, quel brontolio cavernoso che una volta gli aveva fatto esclamare “Giò, se mai farò una cover di Thriller, devi assolutamente incidermi la risata demoniaca all’inizio del pezzo!”.

«Io… le era uscito proprio qui, in verticale, tipo… dall’anca alla costola… non me l’ha neanche fatta vedere».

JJ tirò su col naso e Georgij era lì lì per ficcarsi una mano in tasca e passargli il suo fazzoletto di seta preferito ma gli occhi arrossati del canadese non si riempirono di lacrime e lui scosse la testa, prima di «Se l’è cancellata con l’acido… stupida… il suo bel pancino… proprio qui… adesso ha una cicatrice…» sussurrare, scorrendo più volte l’indice dal suo fianco alla costola, per sottolineare fino in fondo l’entità di quella tragedia.

«Ti deve amare davvero moltissimo, allora» provò a rassicurarlo Georgij, la voce che s’incrinava appena mentre il suo sguardo seguiva il verso del dito del canadese, che continuava ad ondeggiare oziosamente in su e in giù, come il braccetto di un giradischi che aveva raggiunto la fine di un LP.

«Ha detto che non ne vuole sapere di quest’altra persona… che è con il grande JJ che vuole stare e nessun altro… e che così adesso è ancora di più una di noi».

JJ ci aveva provato persino, a sorridere e sottolineare il suo nome con quella caratteristica mossa di pollici e indici che era diventata il suo marchio di fabbrica, ma si era poi afflosciato come un soufflé riuscito male, tornando ad appoggiarsi al corrimano in un sospiro depresso.

«È molto coraggiosa, sei fortunato, Jean».

Georgij esitò appena, lanciandogli un’occhiata di sottecchi: situazioni come quella erano abbastanza complicate che qualsiasi frase detta e qualsiasi silenzio troppo lungo potevano essere ugualmente sbagliate e scatenare le peggiori reazioni nel suo interlocutore. JJ avrebbe potuto rispondergli, francamente, che forse lui era anche fortunato ma quella fortuna non sarebbe durata per sempre.

«Sì che lo sono, Giò… capisci che responsabilità terribile che ho… e se dovessi deluderla? E se lei ha rinunciato a tutto questo per me e fra dieci anni si sveglia e scopre che non mi ama davvero?».

Di sicurezze la vita, nonostante quel tatuaggio che beffardamente gli ricordava di potersi affidare completamente solo a se stesso, gliene aveva date tante. Forse era colpa della magia del Dono, se JJ era persino convinto di poter accettare la delusione negli occhi di Isabella, con la certezza che comunque su se stesso avrebbe sempre potuto contare. Georgij non lo sapeva come ci si sentiva, dopotutto, ad avere un tatuaggio – a lui non era stata accordata nemmeno la misera consolazione di avere anche solo un’idea a cui aggrapparsi, con una passione che lo riempisse di vita e non del terrore di restare solo con se stesso e un cuore che non sapeva più per cosa battere.

Fu per questo che non seppe cosa rispondergli ma, con sua immensa sorpresa, fu proprio JJ a voltarsi nella sua direzione e rifilargli – questa volta lui – una pacca sulla spalla, mentre «È per questo che devo continuare a impegnarmi, Giò! Devo continuare ad amarmi ed essere il rocker straordinario e il compagno meraviglioso che sono stato finora. È solo così che non potrà mai pentirsi di avermi scelto» concludeva e i suoi occhi tornavano ad incendiarsi della solita luce un po’ mitomane, che sempre lo contraddistingueva nei suoi momenti di trionfale lucidità.

Georgij lo fissò, senza parole questa volta più per lo sconcerto che per pudore. Non poteva dire che quella strada valesse per chiunque altro fosse nello stato di JJ ma sapeva, per lo meno, che la sua capacità di recupero era a dir poco pazzesca. Forse ci credeva troppo. Forse le difficoltà che lui e Isabella avrebbero incontrato sarebbero state ancora più impervie da scalare di quello che credevano entrambi.

Forse, un giorno, Isabella si sarebbe pentita di essersi sabotata così la possibilità di conoscere la vera felicità, o forse no. Forse non avrebbe mai provato più di qualche residuo e volatile rimorso, perché quel sacrificio l’aveva fatto per un amore a cui teneva di più di qualsiasi completa sicurezza potesse assicurarle il Dono. Forse ci sarebbero state giornate in cui lei e JJ avrebbero litigato e lei si sarebbe chiesta chi glielo aveva fatto fare – di restare al fianco di una palla al piede piena di problemi personali, invece di volare via a cercare l’anima gemella che il destino le aveva riservato. Eppure poi JJ avrebbe fatto qualcosa di stupidamente importante per ricordarle perché aveva deciso di restare con lui, di scegliere di restare con lui, e Isabella avrebbe sorriso e lo avrebbe perdonato.

E sarebbe rimasta.

Almeno Georgij sperava che quello sarebbe stato il loro futuro assieme e non lo sperava solo per JJ. Di esempi concreti avevano tutti bisogno, più che di parole o speranze.

«Sì, Jean, hai ragione. Non… non ti accontentare mai, dai a Isabella sempre… sempre il miglior te stesso che si possa meritare» riuscì finalmente a esclamare, proprio mentre tutta la baldanza di JJ pareva voler scolorire di fronte al silenzio prolungato dell’amico. Il canadese a quel punto non poté fare a meno di annuire, più che rinfrancato, e già stava gonfiando il petto con immensa fierezza.

«Il mio nome è una garanzia, Giò, lo sai!».

Georgij gli rivolse un sorriso assai più discreto – condito di una punta di sarcasmo perché con JJ, in fondo, bisognava sempre stare attenti a non esagerare coi complimenti – mentre il suo sguardo vagava quasi per caso all’interno del salone, abbracciandolo in un’unica occhiata indifferente. Le colse quasi per caso, le due teste bruna e grigia molto vicine che facevano capolino dietro un angolo dell’albero, e la familiare stretta al cuore arrivò in ritardo e più stemperata di come se la ricordava.

Lui quanto si stava impegnando per essere la miglior versione di se stesso che poteva concedere a Viktor e Yuuri? Ma i suoi sforzi bastavano davvero, poi, a garantirgli il successo o si stava seppellendo sempre più profondamente in quella dolorosa autocommiserazione da cui pescava tanto a piene mani, quando creava? Forse doveva davvero prendere esempio dal folle ottimismo di JJ, per una volta, e convincersi davvero che poteva continuare a farcela, come aveva imparato negli ultimi mesi trascorsi in quella villa.

«Ma è già mezzanotte?! Sono il primo a farti gli auguri, ah!».

L’abbraccio che – costole che impattavano contro costole e una stretta tanto rapida attorno alle sue braccia da togliergli il fiato – lo travolse come una valanga lo lasciò temporaneamente senza direzione e senza pensieri coerenti con cui rispondere. JJ si staccò subito dopo e lo fissò mimando le sue… gli stava facendo le pistole con le mani continuando a tenere le dita nella posizione della doppia “J”, stupido cretino imbarazzante!

«Come ci si sente a ricevere i primi auguri per i tuoi trent’anni dal Re in persona, eh?».

«Molto… fortunato?».

Era una domanda, la sua, una domanda pronunciata col tono più sarcastico e impermalito che conoscesse ma figurarsi se JJ si faceva smontare per così poco. Anzi, gli rifilò una pacca sulla schiena – questa volta abbastanza sonora da rischiare di sfondargli la schiena – e «Sarai ancora più fortunato, quando vedrai che regalo ti ho fatto!».

Conoscendoti, una tua biografia autografata” pensò Georgij, con abbastanza passione da temere di averlo detto persino ad alta voce.

«Ma dove cazzo è finito Zhora?».

«Era qui fino a un paio di minuti fa… ah, eccolo!».

Le voci di Michele e Yuuri lo raggiunsero quasi nello stesso istante, costringendolo a voltarsi in direzione del grande albero, a fianco del quale il suo migliore amico lo stava aspettando a braccia conserte e con sguardo a dir poco truce. Yuuri, invece, si era sporto per tirare Viktor per la manica e farlo voltare, indicandolo con un cenno insistente del dito.

«Zhorochka, scendi giù e fatti festeggiare come si deve!» si sbracciò Viktor, ridendo divertito, e la sua voce risuonò così tanto sopra il chiacchiericcio e oltre i metri che li separavano, che gli sembrò quasi di avercelo davanti, a pochissimi centimetri dal viso, mentre con quella singola risata gli spazzava via dalla testa tutte le scorie dei pensieri cupi di qualche istante prima.

«È inutile che vi agitate, tanto il primo a fargli gli auguri sono stato io!».

JJ lo prese immediatamente per il braccio, trascinandolo giù per la scalinata con fare trionfale – figurarsi se ogni occasione non era buona per mettersi sotto i riflettori e… Michele aveva appena gridato “Sporco canadese”? Georgij tuttavia non glielo fece notare. Si limitò a rimettersi dritto e scendere solennemente la scalinata assieme a lui – perché figurarsi se si perdeva l’occasione di fare un’entrata in scena drammatica – andando incontro alle lucine di un albero che non stavano comunicando in nessun codice particolare.

I cattivi pensieri li lasciò parecchi scalini più sopra, appiccicati ai muri bianchi nella penombra insistente in cui potevano avvizzire e dissolversi, se non ci stava dietro a curarli sempre di nuove ansie. Quella sera non ne aveva assolutamente bisogno.

Come primo buon proposito per i suoi trent’anni poteva persino permettersi di seguire l’esempio di JJ e sorridere fieramente.

Senza JJ style con le dita, però.

Note finali: Il rickroll è tutto per te, waifu.
TUTTO PER TE. (*´ω`)o

 
 
 

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