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09 January 2017 @ 03:43 pm
[Yuri!!! on Ice] I'd break the back of love for you (7/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #7 - What's the meaning of love
Autore: raxilia5running
Beta: terryh_nyan
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Yuuri Katsuki, Viktor Nikiforov, Phichit Chulanont
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri
Parte: 7/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love
Riassunto: «Cosa avevamo detto a proposito di mescolare i drink, Vitya… dopo se stai male sono fatti tuoi» borbottò Georgij, spingendosi quanto più poteva contro il top e socchiudendo gli occhi, perché la bocca di Viktor si faceva vicinissima alla sua e il ballerino prendeva a scimmiottare le sue parole. La seconda regola era non farsi trascinare mai da Viktor Nikiforov, mentre era ubriaco, o il rischio di commettere atti osceni in luogo pubblico si faceva altissimo.
Ma era difficile, fottutamente difficile non cedere quando le sue mani sottili si arrampicavano sui suoi fianchi e la sua rosea bocca a cuore danzava a pochi soffi dalla sua pelle altrettanto accaldata.
«Oh, andiamo, non essere scortese! E io che ero venuto qui per farti le coccole, brutto ingrato cattivone!» insistette Viktor e le sue dita si staccarono dal top, arrampicandosi sui suoi fianchi e lungo la sua schiena in una carezza a dir poco tentatrice – tentando i muscoli di sopra il tessuto spesso della camicia blu e costringendolo a contrarsi, mentre Georgij si decideva a sciogliersi dalla posa che aveva assunto e afferrargli entrambi i polsi.

★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 4849
★Prompt/Traccia: #51. A si ubriaca e diventa particolarmente invadente, smaliziato/a e loquace. B gli regge la testa quando vomita
Note: Giuro che ero partita con tutte le buone intenzioni di questo mondo: questo capitolo doveva essere abbastanza comico - nonostante, vabbè, il poveraccio A che stava male - almeno nella sua formulazione iniziale. Questa AU tutta intera doveva essere DECISAMENTE PIÙ ALLEGRA ma maneggiare Gosha non mi fa bene. Ma proprio per niente. Fatto sta che l'angst è arrivato sulla scena prima ancora che dicessi "qui forse ci vuole un momento rifles--- WAET".
E comunque scrivere di gente che sbocca è il mio più grande trigger, sul serio, è la cosa che mi fa più schifo al mondo ma per YOI e per la soulmate!AU QUESTO E ALTRO (solo che, niente, ho cercato di glissare sopra i particolari il più possibile perché non ce la fo, ok? *piange*)
E comunque la mitica civil war fra Michele "Terùn" Crispino e Andrea "Il Giangi" Brambilla (il fidanzato innominato di Chris) la dedico a @schneegurochka e @Namidery. Twitter è un posto migliore quando si sclera su YOI con loro. ♥
Per il resto delle note - che sono spoiler - vi aspetto giù!

From the notes that I've made so far
Love seems something like wanting a scar
Well I could be wrong
I'm just not sure you see
I've never been in love before
(Depeche Mode | The meaning of love)


«Pastiera!».

«Panettone!».

«Uff, che stanchezza!».

Katsuki Yuuri si lasciò andare sul divano in uno sbuffo stanco, appoggiando il capo contro il braccio che Georgij teneva sullo schienale, e il suo sguardo si fissò brevemente sull’alto soffitto bianco del salone, prima che socchiudesse gli occhi e provasse ad abbandonarsi al torpore in cui stava galleggiando già da una buona mezz’ora.

«Ho detto che è la pastiera!»

«E io ripeto che è il panettone!».

Yuuri spalancò gli occhi, infastidito dalle due voci che, non troppo lontane da lui, continuavano a discutere in una lingua semi-sconosciuta e con un tono abbastanza concitato, neanche si trattasse di una questione di Stato. Lanciò uno sguardo di sottecchi a Georgij e lo trovò profondamente concentrato, una mano sotto il mento e gli occhi blu fissi davanti a lui su chissà quale spettacolo imperdibile.

«… ma che stai guardando…?» borbottò curioso, appoggiando una guancia contro la sua spalla, e seguì il verso con cui il regista russo accennò col mento precisamente davanti a sé, oltre la loro improvvisata pista da ballo.

«Ma sono… Michele e Andrea…?».

Yuuri si accigliò, provando a mettere a fuoco le due familiari figure che stavano litigando animatamente, sbattendo i piedi sul pavimento e le mani sul tavolo ormai devastato del buffet. Michele era rimasto in maglietta e jeans e si era persino rimboccato le maniche, mentre Andrea aveva la camicia mezza aperta e stava impugnando la sua cravatta come fosse stata la frusta di Indiana Jones.

Neanche a dirlo, erano ubriachi come due alpini.

«Stanno apparentemente… vivendo uno scontro di civiltà… a proposito di quale sia il dolce natalizio italiano per eccellenza…» spiegò Georgij, biascicando lentamente quelle parole, mentre si appellava a quel discreto bagaglio di vocabolario italiano che aveva imparato da quando frequentava assiduamente Michele. Appoggiò stancamente una guancia contro i capelli morbidi – tutto era splendidamente tenero di lui – e scompigliati di Yuuri e lo sentì accoccolarsi ancora di più al suo fianco, stringendogli la vita come se stesse valutando l’idea di usarlo a mo’ di cuscino.

«Maronn’ ro’ carmene! I canditi fanno schifo, hasta la pastiera siempre!» sbottò Michele, arrampicandosi in uno scatto poco felino su per il tavolo e tenendosi precariamente in piedi mentre calpestava la tovaglia di carta, sottolineando con i gesti la bontà della sua tesi.

«Ma Emil non lo va a fermare?».

«Emil ha detto che dopo mezzanotte per lui è l’ora della nanna. Sta lì» lo informò Georgij, sollevando il braccio libero e puntandolo imprecisamente in direzione dei divanetti d’angolo – quelli attorno al famigerato palo fatto installare da Viktor. Yuuri si sporse appena oltre il suo petto, gli occhiali che si spostavano imprecisamente sulla radice del suo naso, e adocchiò a fatica un corpo rannicchiato su un fianco nella penombra di quell’angolo del salone, che aveva persino una giacca buttata sulla testa a mo’ di improvvisato telo nero per dormire.

«Beh, è stato più saggio di… ommioddio ma JJ e Isabella stanno incitando Michele e Andrea… in francese…» sbottò Yuuri, tornando ad appoggiarsi contro di lui, mentre Andrea si aggrappava a una gamba di Michele, provando a tirarlo giù, incitato dai due canadesi. Il braccio di Georgij, che fino a quel momento era rimasto inerte sul divano, scivolò oltre la sua spalla e gli cinse la vita, tenendoselo stretto al fianco. In quel tepore tranquillo, a dirla tutta, il russo si sarebbe adagiato volentieri: erano quasi le due di notte e tutte le tre bottiglie di vodka che si era scolato cominciavano a sprofondarlo in quel torpore malinconico che solo un buon sonno poteva scacciare.

«Se la gente non sa reggere l’alcol, dovrebbe… evitare di berlo» sbuffò alla fine con fare altezzoso, accennando con la punta del piede all’inedito trio formato da Phichit, Guang-Hong e Minami che, tenendosi sotto braccio, stavano ballando un can-can assolutamente scoordinato.

«I’m just a holy fool, oh, baby, it’s so cruel but I’m still in love with Judas, baby».

«Ma perché mi devono martoriare la Gaga così…» sbuffò, stropicciandosi gli occhi con la mano libera, mentre Yuuri si lasciava andare contro la sua spalla a una risatina sottile, per il modo in cui la voce impastata del suo migliore amico rendeva quel verso assolutamente ridicolo.

«Ma ce la faranno a tornare a casa o dobbiamo aprirgli una delle stanze degli ospiti?» chiese Yuuri in un sospiro sommesso e questa volta l’indice di Georgij passò quasi davanti al suo naso, mentre gli indicava il povero Leo che fissava, con palese preoccupazione per il loro stato mentale, i suoi due partner, restandosene saggiamente accovacciato su un cuscino sotto il grande albero di Natale.

«C’è più di una saggia persona che, come te, ha deciso di tenersi lontano dal banco degli alcolici» lo prese stancamente in giro Georgij, mentre Yuuri gli replicava alquanto piccato un «Scusa ma io al palo della pole dance non ci ballo più!», provocando la sua risata bassa e sommessa.

Poi il russo spostò appena il capo, premendogli le labbra in un bacio asciutto contro la fronte, e sentì Yuuri reagire quietamente contro di lui, strusciare il viso contro la sua bocca e poi sollevando il capo, per andargli incontro. Nessuno badava a loro, nell’ebbrezza alcolica e assonnata delle due di notte del 26 dicembre, a nessuno importava del fatto che si stessero sciogliendo in un bacio languido e lungo, i ricordi della notte precedente che formicolavano sotto le punte delle dita e li spingevano tanto vicini da trovare fastidiosa a dir poco la presenza dei vestiti.

«Allora… è il caso di cominciare a scortare gentilmente un po’ di persone alla porta e… indicare la camera a chi non ce la fa neanche a stare in piedi… che dici?» sussurrò Yuuri, staccandosi dalla sua bocca quasi senza fiato, ma prima che Georgij potesse annuire o allontanarsi per eseguire quel compito, agganciò l’indice e il medio allo scollo della sua camicia, tirandolo di nuovo verso il basso.

«Beh, sì… credo che raccatterò le bottiglie che trovo in giro… così intanto facciamo sparire una tentazione…» riuscì finalmente a esclamare Georgij, una parola smozzicata dopo l’altra, riemergendo da quel bacio che lo stava mettendo decisamente a dura prova, soprattutto se la bocca di Yuuri scivolava nell’incavo fra il suo collo e la sua clavicola. La sonnolenza rendeva Yuuri più disinibito di quanto non potesse fare l’alcool – in un modo pacato e sottile che ti si arrampicava addosso saltellando piano, come le zampette di un ragno – ma, dannazione, non poteva nemmeno stenderlo contro il divano, non mentre c’erano tutti quegli ospiti in giro e Viktor… ecco, dove diamine era finito Viktor?

«Bene, allora io… vado a staccare la musica e comincio a svegliare i begli addormentati…» gli concesse Yuuri, separandosi di malavoglia e cominciando a barcollare, intorpidito dal sonno e da quel bacio decisamente troppo intenso, verso Phichit, che già batteva le mani per cercare di coinvolgerlo in una sfrenata quadriglia sulle note di “Acida” dei Prozac+ – Michele doveva smetterla di passare musica a Georgij.

Georgij, dal canto suo, si sollevò con uno scatto quasi felino, saltellando rapidamente verso le due bottiglie di vodka e martini che giacevano mezze vuote sul tavolino da caffè. Nel percorso verso la cucina ne raccattò altre tre – Baileys, gin, whisky – e arrivò in cucina sorreggendole incertamente fra le braccia, prima di depositarle sull’isola di quarzo scuro. Nello spazio di altri tre viaggi, tutta la zona fra il salone, la sala da pranzo e l’ingresso era stata accuratamente bonificata – e questo aveva significato anche strappare qualche bottiglia ancora piena dalle dita rapaci di chi voleva “un ultimo goccetto prima di andare a dormire”.

Sospirò, depositando una bottiglia completamente vuota di vino nel contenitore per il vetro e si appoggiò al top della cucina, fissando il lavandino come se lo vedesse solo in quel momento. Non era il tipo da ubriacarsi facilmente – gli era praticamente impossibile a meno che non mischiasse il peggio del peggio – ma l’alcool aveva il pessimo effetto di renderlo anche più pessimista del solito e la stanchezza accumulata di una giornata che tardava a finire, dopo una nottata passata a dormire ben poco, non migliorava la situazione.

«Zhorochka~… cosa fai tutto appartato? Aspetti il tuo amante per un… segreto… rendez-vous… al chiaro di luna… o dovrei dire al chiaro dei faretti?».

La risata chioccia e umida che scoppiò come una bolla di sapone all’interno della cucina coprì il suo secondo sospiro e, nel tempo che Georgij ci metteva a voltarsi, Viktor aveva già fatto la sua comparsa, appoggiandosi contro lo stipite della porta con un braccio drammaticamente allungato verso l’alto e in una posa che faceva molto il verso a quelle che adorava assumere il suo ragazzo storico, quando ancora ballava.

«Che caldo che fa… e che peccato che siano finiti gli alcoli…. Li avevi nascosti qui, birichino!».

Viktor non gli diede neanche il tempo di rispondere ma entrò nella cucina a grandi e ondeggianti passi, barcollando prima verso l’isola ma fermandosi solo per il tempo di lanciare un’occhiata annoiata alle bottiglie disposte disordinatamente lì sopra. Fece per allungare le dita verso una bottiglia di vodka ancora mezza piena ma «Vitya, non ti sembra di aver bevuto abbastanza per stasera?» lo richiamò Georgij.

Se ne stava a braccia conserte, il sedere premuto contro l’angolo del top e lo sguardo blu che stancamente scivolava sul volto congestionato dall’alcool e fin troppo sorridente di Viktor. Conosceva bene a che estremi potesse arrivare il suo ragazzo quando era ubriaco, non erano stati assieme per dieci lunghi anni senza che imparasse un paio di regole a proposito di come trattarlo quando aveva alzato troppo il gomito.

«Solo una bottiglia di vodka, che vuoi che sarà~» singhiozzò lui, la voce calda e impastata che saliva e scendeva di un tono a ritmo con l’ondeggiare della sua testa, da un lato e dall’altro, mentre usava il palmo della mano per darsi una spinta contro l’angolo dell’isola e avanzare verso Georgij.

«E una bottiglia di prosecco, mezza bottiglia di martini, due bottiglie di birra… temo di essermi perso i cocktail» lo incalzò Georgij, elencando lentamente, con tono quasi divertito, quelle bevande sulle punte delle dita. La prima regola era fingere di assecondare Viktor, mentre lo inducevi a sua insaputa a moderare i toni e calmarsi. Ricorrere a un misto di richiami e battute era il modo migliore per fargli abbassare la guardia senza fargli capire che lo stavi assecondando bonariamente – o si sarebbe immediatamente arrabbiato, perché non voleva farsi trattare come un bambino.

«Sì, in effetti ti sei perso l’Angelo Azzurro, i due Mojito, i tre rum e pera…» ribatté Viktor, schiaffando entrambe le mani sul top, ai due lati dei suoi fianchi, e sporgendosi pericolosamente su di lui, in barba alle braccia incrociate che ancora lo separavano di pochi centimetri dal suo corpo.

«Cosa avevamo detto a proposito di mescolare i drink, Vitya… dopo se stai male sono fatti tuoi» borbottò Georgij, spingendosi quanto più poteva contro il top e socchiudendo gli occhi, perché la bocca di Viktor si faceva vicinissima alla sua e il ballerino prendeva a scimmiottare le sue parole. La seconda regola era non farsi trascinare mai da Viktor Nikiforov, mentre era ubriaco, o il rischio di commettere atti osceni in luogo pubblico si faceva altissimo.

Ma era difficile, fottutamente difficile non cedere quando le sue mani sottili si arrampicavano sui suoi fianchi e la sua rosea bocca a cuore danzava a pochi soffi dalla sua pelle altrettanto accaldata.

«Oh, andiamo, non essere scortese! E io che ero venuto qui per farti le coccole, brutto ingrato cattivone!» insistette Viktor e le sue dita si staccarono dal top, arrampicandosi sui suoi fianchi e lungo la sua schiena in una carezza a dir poco tentatrice – tentando i muscoli di sopra il tessuto spesso della camicia blu e costringendolo a contrarsi, mentre Georgij si decideva a sciogliersi dalla posa che aveva assunto e afferrargli entrambi i polsi.

«Vitya… se non la smetti di fare lo scemo… giuro che le uso davvero quelle manette».

La voce di Georgij salì di un tono, mentre riusciva finalmente a riunire entrambi i polsi di Viktor dietro la sua schiena – a costo però di ritrovarselo completamente spalmato addosso, che ridacchiava e si strusciava, il maledetto bastardo.

«Oh sì, prendile quelle manette, voglio vedere proprio come mi punisci. Mi incateni al frigorifero e mi fai morire, hmm? E poi ti fermi e mi lasci lì a pregarti» insinuò Viktor, contorcendosi nella stretta ferrea delle sue mani, prima di affondare il viso contro il suo collo e cominciare a disseminargli la pelle di minuscoli baci, tracciando a fior di labbra la linea tesa dei suoi muscoli, fino a farlo sussultare sottilmente.

«Vitya… non è il caso… c’è ancora gente in giro… aspetta almeno che se ne siano andat…».

Georgij commise il grosso errore di voltare il capo e spalancare le labbra, per il tempo necessario a formulare quell’avvertimento, e la bocca di Viktor si posò sulla sua, leggera, umida e affamata, mordendogli via un bacio dopo l’altro quel po’ di lucidità che ancora gli restava in corpo. Georgij continuò a tenerlo stretto per i polsi, mentre si lasciava premere contro il top della cucina, le anche del ballerino contro le sue, la sua lingua che gli sfiorava il palato e lo costringeva a perdersi in un gemito basso. Fu in una mossa tremante che riuscì a intrappolare i polsi di Viktor in una mano sola e sollevare l’altra, per affondare cinque dita incerte nei corti capelli della sua nuca e tirare, fino a sciogliere entrambi da quel bacio che stava diventando fin troppo profondo.

«E cosa te ne frega? Lascia che guardino! Magari entra proprio Yuuri e lo facciamo divertire con un bello spettacolino di qualità~» lo prese in giro Viktor, sollevandosi sulle punte per ricongiungersi alla sua bocca arrossata e ancora schiusa ma la presa di Georgij si fece più salda e le dita che gli trattenevano i corti capelli color ferro strinsero abbastanza da tenerlo immobile e farlo prorompere in un lamento entusiasta.

«Vitya… l’abbiamo già fatta questa…» provò a riprenderlo Georgij, osservando dall’alto in basso lo sguardo adorante che gli occhi azzurri di Viktor gli stavano rivolgendo, mentre lo teneva costretto con la testa all’indietro e l’adrenalina gli pompava il sangue nelle vene a un ritmo criminale, da minacciare di fargli collassare il cuore. Dominare Viktor fuori dal palco era l’unico spazio di rivalsa che la vita gli avesse mai offerto e sapere che potesse dipendere così tanto anche dal più piccolo dei suoi gesti, tanto da finire col fiato sospeso in attesa della prossima punizione, era un pensiero capace di ubriacarlo più di tutte le bottiglie di vodka che poteva ingurgitare in una sola serata.

«Oh, hai ragione… forse preferiresti scoparti Yuuri mentre sono io quello che guarda, uh? Come ieri notte… che cattivi… mi volete escludere…» pigolò Viktor, leccandosi le labbra col fare del gatto non ancora sazio e senza nessuna traccia di vera tristezza nella voce. Georgij lo strattonò di nuovo, le sue dita che affondavano con forza fra le ciocche sudate dei suoi capelli corti, e Viktor si strusciò con forza contro il suo inguine, lo sguardo azzurro che lo invitava a fare di peggio, invece di fremere e trattenersi silenziosamente.

«A me sembra… che fossi stato tu a proporre la cosa… ieri notte… quindi non vedo di cosa ti lamenti…» obiettò Georgij, interrompendo quel contatto visivo deleterio per la salute mentale di entrambi soltanto per chinarsi sul suo collo e affondarci i canini dentro, con abbastanza forza da guadagnarsi un sibilatissimo «Sì» sospirato fra i denti da Viktor. Stava cedendo ai suoi giochetti ma gli riusciva impossibile resistere quando era tanto stanco, obnubilato dall’alcool ed eccitato dal corpo troppo caldo e malleabile del ballerino russo che si premeva contro il suo.

«È bello Yuuri, sì?» lo interruppe Viktor, incastrandosi fra le sue gambe mentre le mani di Georgij lo liberavano, solo per infilarsi sotto la sua maglietta rosa e inerpicarsi lungo le sue costole e le sue scapole, la bocca arrossata che si posava in un bacio quasi rispettoso sul punto scoperto della sua clavicola su cui balenava il riflesso argentato del suo tatuaggio.

«È così bello che potresti prenderci gusto e… lasciarmi perdere… e… sì, potreste scaricarmi tutti e due, visto come vi ho stravolto la vita… forse me lo meriterei persino…».

Le mani di Viktor si erano aggrappate ai suoi fianchi e già minacciavano di andare a manomettere la fibbia della sua cintura, quando dieci unghie corte e ben limate affondarono nella sua schiena, lasciandosi dietro altrettante strie sottili e rossastre e «Perché devi dire tutte queste stronzate, quando sai che non è vero?» sospirava Georgij, staccandosi dal suo collo e premendo la fronte contro la sua.

Viktor si produsse in un sorriso, che voleva essere allegro ma finì per diventare solo in una smorfia accartocciata dalla malinconia, e a quel punto i palmi delle mani di Georgij, troppo caldi, troppo sicuri, erano già sulle sue guance, la sua bocca era sulla sua e lo stava baciando quasi con disperazione nel tentativo di zittirlo, di dimostrargli con i gesti che tutto quello di cui andava cianciando erano solo bugie distorte dall’alcool, che ben poco c’entravano con la realtà.

«Oh, Zhorochka…. Ma non eri tu che ti preoccupavi degli ospiti? Se continui così… faremo un sacco di casino…» ridacchiò Viktor contro la sua bocca, mentre Georgij si buttava bellamente alle spalle ogni regola di comportamento “in caso di Viktor ubriaco” e le sue mani si infilavano nelle tasche posteriori dei suoi pantaloni, stringendoselo contro abbastanza perché avvertissero entrambi quanto quelle manovre lo stavano rendendo a dir poco impaziente.

Fu la volta di Georgij di rivolgergli uno sguardo adorante, mentre la sua mente calcolava quanto ci sarebbe voluto in minuti e secondi precisi per far sparire tutta quella gente da casa loro, recuperare Yuuri e raggiungere la prima superficie piana disponibile – fosse stato pure il pavimento del soggiorno.

Fu a quel punto, però, che Viktor sbiancò come un cencio e sgranò gli occhi, mentre si portava una mano alla bocca e «Sai… non… non penso di sentirmi molto bene…» mugugnava contro il palmo.

Georgij fu lestissimo a liberarlo dalla sua presa, ben sapendo cosa significavano quelle parole, e in un battito di ciglia Viktor si era già chinato sul lavandino al suo fianco, per…

«Ah… io te l’avevo detto di non mescolare tutta quella roba…» sospirò Georgij, la sua voce fonda che veniva coperta dal rumore dei conati di vomito che stavano scuotendo il corpo di Viktor. Le sue mani andarono in automatico ad aprire il rubinetto e poi si posarono contro la schiena e la fronte del ballerino, reggendogli la testa per impedirgli di sbatterla contro il bordo.

Dieci anni di relazione con Viktor non erano passati invano, in fondo, e le due regole di cui prima si riassumevano tutte nell’unico monito: non farti trascinare dalle intemperanze sessuali di Viktor Nikiforov mentre è ubriaco o finirai a bocca asciutta e con i pantaloni fin troppo stretti.

«Su… butta tutto fuori…» lo incoraggiò in un sospiro stanco e preoccupato assieme, una mano che continuava a massaggiargli piano le vertebre mentre Viktor, sotto i suoi palmi, sembrava impegnato a buttare anche l’anima e il cenone di Natale dell’anno scorso, a quanto pareva. Erano mesi che il ballerino russo non si faceva volutamente del male con festini alcolici fuori misura e i segnali che aveva lanciato quella sera erano tutti sufficienti, perché Georgij unisse i puntini da solo e tirasse le sue conclusioni.

«Non hai più l’età per queste cose, Vitya…» esclamò, decidendo di prendere il discorso alla larga. Il silenzio che calò su di loro, interrotto soltanto dallo scorrere dell’acqua, fu solo un intermezzo brevissimo, prima che il corpo di Viktor fosse, di nuovo, scosso da una serie di conati meno forti di quelli precedenti.

«Di fare… cosa… mischiare alcolici?» riuscì finalmente a sussurrare Viktor, la voce arrochita dallo sforzo e dagli acidi, mentre gonfiava il petto alla ricerca di aria e di sollievo per i muscoli indolenziti del suo addome. Georgij non rispose subito, continuando a muovere in una carezza preoccupata il palmo della mano in su e in giù, finché non fu più sicuro che il ballerino russo si fosse placato e che il peggio, almeno per quel momento, fosse passato.

«Anche, ma io alludevo… a tutto quello che hai fatto stasera».

C’era qualcosa di insopportabile per entrambi nella suspense che il regista russo aveva lasciato calare sulle loro teste, mentre i suoi occhi blu si fissavano su quelli decisamente più chiari e stravolti del suo ragazzo, che lo osservava ancora chinato sopra il lavandino. Tutti e due avevano modi decisamente drammatici di reagire ai loro disagi interiori ma se Georgij si limitava ai pianti disperati e alle uscite di stanza sbattendo la porta, Viktor metteva in campo strategie decisamente più sottili e complicate – almeno per chi non conosceva il suo modus operandi.

«Il vischio sopra la porta… il modo in cui mi hai mandato in cucina e sei sparito… come hai lasciato Yuuri da solo proprio quando cominciavano le sue canzoni preferite per farlo ballare con me… come hai trovato ogni scusa possibile per alludere a quello che è successo stanotte… e la sbronza… non era necessario che finissi a vomitare la cena nel lavandino per farmi capire che eri preoccupato».

Viktor si stava sciacquando la bocca sotto la fontana e a quelle parole sputò fuori un grumo d’acqua e dinieghi smozzicati, prima di issarsi con fare malfermo sui palmi e fissarlo di sbieco: «Zhora, ma che stai dicendo? Io non sono preoccupato, va tutto benissimo…».

«Vitya… ti prego… vorrei evitare di ritrovarti esanime sul divano sprofondato in un coma etilico» lo interruppe Georgij, premendosi la mano contro la fronte e socchiudendo gli occhi con fare persino più drammatico del tono con cui l’aveva richiamato.

Viktor lo fissò per qualche istante, interdetto, e poi aggrottò le sopracciglia in una smorfia scocciata, mentre finalmente prorompeva in un irritato: «Vi siete fatti la guerra per mesi… dovresti capirmi se voglio solo essere sicuro che voi due continuiate ad andare così d’accordo».

«Se finisci in fin di vita in un letto d’ospedale potremmo pure stringerci al tuo capezzale ma solitamente queste cose funzionano più nei telefilm che nel mondo reale» lo incalzò Georgij, sfiorandogli una mano e trovandolo freddo e tremante. Viktor non si sottrasse al suo tocco, tuttavia, e lui prese ad accarezzargli piano il dorso della mano e il polso, mentre insisteva con tono indulgente: «E poi non ero io quello che si preoccupava sempre di pensare agli scenari più drammatici, uh? Mi vuoi scrivere tu la sceneggiatura del prossimo film?».

Viktor gli stava ancora rivolgendo un’espressione stralunata – sottilmente irritato dall’essere stato colto sul fatto tanto platealmente, lui che si vantava di avere sempre ogni cosa sotto controllo – quando «E poi dovresti avere più fiducia in noi, Vitya… sappiamo cavarcela da soli» si intromise una terza voce a loro ben familiare, pronunciando quelle parole in un russo incerto ma tutto sommato chiaro.

Georgij e Viktor si voltarono entrambi, in tempo per vedere Yuuri varcare la soglia della cucina e sfiorare distrattamente la porta liscia e bombata di metallo lucido del frigorifero, prima di ricambiare lo sguardo blu e grato di Georgij e poi quello azzurro e sorpreso di Viktor.

«Lo vedo… vi state letteralmente coalizzando contro di me, ormai!» provò a prenderlo in giro il ballerino russo, riprendendo a parlare in inglese, mentre «Mi passi il bollitore piccolo?» insisteva Yuuri in russo, fingendo di ignorarlo e rivolgendosi chiaramente al regista, che annuì e raggiunse uno dei cassetti incassati nell’isola centrale della cucina.

«Oh, Vitya… noi non ci coalizziamo contro di te… è più esatto dire che abbiamo imparato ad andare d’accordo per riuscire a sopportarti! … e per imparare ad aiutarti…».

Quelle ultime parole non uscirono incertamente fuori dalla bocca di Yuuri per colpa della sua relativa inesperienza nel russo ma addolcite dallo stesso sentimento che gli aveva piegato le labbra in un sorriso piccolo e gentile, mentre ficcava il bollitore sotto il getto d’acqua fredda e aspettava che fosse quasi pieno, prima di spostarlo sul fornello.

«Sempre se tu collabori e cominci a farti aiutare» concluse Georgij, la voce fonda che assomigliava al brontolio sommesso del vento che gonfiava le onde del mare in una notte serena, e accese il fornello in un click familiare che precedeva la fiammata.

Viktor «È per questo che mi state… preparando un tè caldo? Lo sapete che non basta così poco per buttarmi giù» provò a replicare ma i suoi tentativi di resistenza eroica franarono, quando un braccio di Yuuri arrivò a sorreggerlo – nell’istante esatto in cui il suo corpo più aveva bisogno di un appoggio, per quell’empatia involontaria e magicamente causata che permetteva a ogni gesto del ballerino giapponese di incastrarsi perfettamente con le sue necessità – e subito dopo arrivava la sedia, che Georgij allontanava dall’isola e gli piazzava davanti – nella consapevolezza di chi le sue necessità aveva imparato a calcolarle attentamente in anni e anni di paziente tolleranza delle sue più masochistiche reazioni.

«Sarà ma intanto ti siedi, perché a terra ancora non vogliamo prenderti» lo rimbeccò Yuuri, mentre Georgij si allungava verso la credenza alla ricerca dello scatolino di latta che conteneva la sua qualità di tè preferita.

«Oh, ma lo so che preferite prendermi su superfici più morbide».

Viktor ripartì alla carica, appoggiandosi per i gomiti allo schienale della sedia e sollevando la gamba destra in una linea perfetta, fino a sfiorare il mento della sua anima gemella con la punta del piede nudo – la scarpa provvidamente abbandonata sul pavimento.

«Tu sulle superfici morbide stanotte ci dormirai e basta, Principessa sulla Bottiglia di Vodka».

Le mani grandi di Georgij arrivarono qualche momento dopo, mentre Viktor ancora stava fissando il volto corrucciato e rassegnato di Yuuri di fronte a quell’irriducibile tentativo di avance, così come la sua voce piegata in un tono particolarmente sadico che gli scivolava tutta contro l’orecchio.

«Siete due stronzetti bacchettoni!» protestò Viktor, rimettendo giù il piede, mentre i suoi due ragazzi si scambiavano un sorrisetto soddisfatto davanti ai suoi occhi, senza avere nemmeno la buona creanza di fingere di essere tristi per quell’occasione di divertimento mancata.

«Uh… non so assolutamente cosa stiate dicendo, ma vi devo avvertire che vi state perdendo uno spettacolo grandioso».

La lingua inglese irruppe nella stanza insieme alla testa scura di Phichit, che restò sulla soglia a sventolare il suo cellulare con una fretta addirittura inquietante a brillargli nei grandi occhi scuri.

«Cosa… stanno combinando…» borbottò Yuuri, cogliendo solo in quel momento gli schiamazzi che provenivano dal fondo del salone, mischiati alla musica che era stata – di nuovo – sparata al massimo fuori dalle casse.

«Mila ha appena sfidato Chris al palo della pole dance. Sono tutti e due abbastanza ubriachi per andare fino in fondo ma non così tanto da cadere col culo per terra…» replicò prontamente Phichit, provocando in Yuuri un moto di profondo sconforto al solo ricordo associato a quelle parole, mentre Georgij si schiaffava più discretamente una mano contro la guancia al pensiero che quella festa era ben lontana dal finire tanto presto.

«Pensavo vi interessasse sapere che tutto ciò sarà comunque ampiamente documentato! E ora, scusatemi, ma devo andare o mi perdo l’inizio della sfida!».

Phichit Chulanont sparì, come un fulmine a ciel sereno, e li lasciò tutti e tre a sbattere le palpebre alquanto sconcertati.

«Chris è un esperto in questo campo, non bisogna ignorarlo… ma Mila ha sempre avuto doti eccezionali di ballerina e un ottimo equilibrio, potrebbe essere una lotta meno impari di quello che sembra, soprattutto se Chris la sottovaluta!».

Viktor fu il primo di loro a riprendersi e assunse una posa rilassata, accavallando le gambe e facendo i suoi calcoli col fare dell’allibratore esperto.

«Ti prego, Vitya… niente giro di scommesse clandestine come l’alt… ed eccolo che parte…» sospirò rassegnato Georgij, mentre il ballerino russo provava a sollevarsi in piedi e la mano di Yuuri arrivava a sorreggerlo per un gomito.

«Scommesse clandestine…? Di che state parlando?» si intromise quest’ultimo, mentre Georgij spegneva il fornello e li raggiungeva, aiutandolo a scortare un ancora malfermo ma già vispo Viktor fuori dalla porta della cucina.

«Vitya non te l’ha mai raccontata? È successo parecchio tempo fa… eravamo all’ultimo anno delle superiori…» esordì Georgij, affacciandosi oltre il petto del suo ragazzo, per incrociare lo sguardo castano e curioso di Yuuri, mentre «Penultimo» lo correggeva Viktor. Georgij annuì e cominciò a raccontare – come raccontava sempre lui, il ritmo lento che creava suspense a prescindere, persino se stava semplicemente elencando la lista della spesa, la scelta troppo dotta dei termini e le vocine, quando interpretava nuove persone arrivate sulla scena.

Era stanco – la vodka e l’orario non lo rendevano particolarmente vispo – e l’umidità non faceva granché bene alle sue ginocchia ma Yuuri continuava a seguire il suo racconto e Viktor interveniva di tanto in tanto, tutti e tre quasi dimentichi del caos creativo che si stava scatenando attorno al palo della pole dance di casa loro. Andava bene così, checché ne pensasse Viktor, poteva smettere di preoccuparsi: erano tutti e tre assieme sotto lo stesso tetto e stavano ridendo senza avere un solo pensiero al mondo.

Georgij non poteva sperare in un regalo di compleanno migliore.

Note finali: Note sceme, in realtà:
- Yuuri e Gosha manco si dovevano baciare a inizio capitolo, doveva già partire tutto dalla scena della cucina ma questa è una fanfic quindi ci metto dentro tutto il fanservice gratuito sulle mie sideship preferite (tanto me le cago solo io, più che fanservice è Raxiservice o non so come definirlo, ok, basta);
- A me spiace, sul serio, la cosa del tirare i capelli e lanciarsi in situazioni dom/sub mi stava prendendo bene, prometto che Gosha riuscirà ad andare fino in fondo prima della fine del p0rnfest. Che non c'azzecca con l'iniziativa a cui partecipa sta AU ma tanto so che tutti (NO) volete sapere cosa hanno combinato sti tre "ieri notte". Per lo meno io lo voglio sapere. *za zan*
- Viktor ha i suoi buoni motivi per essere preoccupato al proposito di Gosha e Yuuri. No, non muore nessuno ma. MA!!! Lo scoprirete nel prossimo capitolo e mi fermo qui o mi faccio spoiler da sola. Again.

 
 
 

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