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13 January 2017 @ 11:03 pm
[Yuri!!! On Ice] I'd break the back of love for you (8/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #8 - A thousand times the mysteries unfold themselves
Autore: raxilia5running
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Yuuri Katsuki, Viktor Nikiforov, Michele Crispino
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri, sorpresa
Parte: 8/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, platonic love, unrequited love, reincarnazioni
Riassunto: Gli esseri umani erano sciocchi. Era per questo che combinavano casini con la magia. Era per questo che credevano di aver trovato nella magia che intesseva ogni singolo atomo dell’universo in cui vivevano una facile scorciatoia per risolvere i propri problemi.
E ne avevano creati di altri.
Tutto nasceva da un errore di fondo, a dire il vero: la magia era l’essenza spirituale che nasceva dalla materia ma sempre alla materia doveva appoggiarsi. Non c’era magia che interferisse sull’anima delle persone senza passare prima per la gabbia di carne che chiamavano “corpo”. Ci voleva una certa, approfondita conoscenza dei meccanismi del corpo umano per giocare così a fondo con essi e Viktor dubitava che la possedessero persino nel loro, “avanzatissimo”, 2017. Figurarsi quando il Dono del Simposio era stato concepito e applicato, poco più di un secolo e mezzo prima.

★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 7808
★Prompt/Traccia: #60. A e B sono reincarnazioni… ma solo uno dei due se ne ricorda
Note dell'autore: Era dall'inizio di questa raccolta che non vedevo l'ora di arrivare a questo capitolo.
È pesantemente Viktor!POV (quanto il capitolo quattro era Yuuri!POV) e, come avevo promesso, ci sono dentro parecchie spiegazioni al suo comportamento, all'ubriachezza molesta del capitolo precedente e anche spiegazioni al comportamento sospetto di un altro pg.
Non mi aspettavo che questo capitolo sarebbe stato così tanto angst. E così pieno di infodump, vbb, perdonateme por mi vida loca. Ci ho messo un po' ad arrivare al cuore del prompt *indica* ma era tutto propedeutico a quel momento. Also, mi è stato detto che i flashback vi sono piaciuti, ebbene, QUI CE NE SONO A MANETTA. A giù per gli altri commenti o SPOILERO A MANETTA.

I may have lived a thousand lives, a thousand times
An endless turning stairway climbs
To a tower of souls
If it takes another thousand years, a thousand wars,
The towers rise to numberless floors in space
I could shed another million tears, a million breaths,
A million names but only one truth to face
(Sting | A Thousand Years)

Gli esseri umani erano sciocchi. Era per questo che combinavano casini con la magia.

«Neanche tu ti trovi tanto bene in questo casino, eh?».

La voce di Michele lo raggiunse da un posto lontano ma non abbastanza vago della sua memoria, facendolo sobbalzare violentemente, e quando socchiuse gli occhi si accorse di non essere dove si sarebbe aspettato di trovarsi. Viktor sbatté le palpebre più volte, nella semi-oscurità soffusa che lo circondava, prima di – l’alone azzurrino che gli sfiorava i piedi e il volto in un alone fastidioso – accorgersi di essere – la coperta rimboccata fin sotto il suo mento – stato accuratamente trasportato fuori dal soggiorno e – le luci spente e un rumore smorzato di voci che veniva fuori dalla porta socchiusa – di trovarsi sul lettone a tre piazze della sua stanza da letto.

La loro stanza da letto.

Stavano trasmettendo le repliche del Grinch in tv, riconobbe di sfuggita la sagoma verdastra dal sorriso maligno che lo occhieggiava dalla tv al plasma, e poi la porta cigolò e si aprì appena, mentre due persone rientravano col passo felpato di chi indossava le babbucce a forma di lucertola e porcellino che due manine provvide avevano fatto trovare loro sotto l’albero insieme a regali ben più imbarazzanti.

Viktor Nikiforov ci mise un lampo a serrare gli occhi e fingere di essere ancora addormentato in un sonno profondo e si accoccolò contro i cuscini troppo morbidi del letto, mentre due voci sussurravano a pochi passi da lui, senza neanche sospettare che stesse ascoltando.

«JJ e Isabella li ho messi nella stanza in fondo… Sara e Mila sono nella penultima sul lato sinistro e Emil e Michele in quella di fronte… Minami… si era pure offerto di riportarli a casa ma era persino più ubriaco di Michele, non si può…».

«Mai ai livelli di Chris… lui e Andrea occupano l’altra stanza, quella più vicina alle scale, di fronte ci sono Jurij e Otabek e nella stanza di fianco alla loro Phichit, Leo e Guang… senti ma non ci doveva essere abbastanza gente sobria perché se ne tornassero tutti a casa?!».

Viktor sorrise silenziosamente della stizza della sua anima gemella, a stento soffocata dal bisogno di mantenere la voce bassa, mentre con tono da casalinga altrettanto disperata, Georgij gli faceva notare che «Non lo so, persino Seung-Gil ha accettato di condividere la stanza con Minami, invece di tornarsene a casa sua!».

Il sospiro che condì quella considerazione finale sapeva di altezzoso rimprovero alla banda di debosciati che si ritrovavano per amici ma né Georgij né Yuuri si sarebbero mai sognati di cacciare fuori anche uno solo di quei più o meno rumorosi compagni d’avventura a pedate. Poi – cigolii e rumore di vestiti che strusciavano sul copriletto – montarono entrambi sul letto, sedendosi uno di fianco all’altro ai suoi piedi.

Viktor fu tentato di tirar loro un calcio e dirgli di spostarsi – ché non riusciva a vedere la tv se quelle due testacce dure si piazzavano bellamente davanti allo schermo – ma poi cominciarono i bisbigli, i sussurri, la voce fonda di Georgij che riferiva storie imbarazzanti sentite da terzi (che pettegolone!) e quella più pacata e chiara di Yuuri che faceva domande, battute inaspettatamente sarcastiche, neanche commentasse una partita di football dall’andamento disastroso.

Viktor stava quasi per scivolare nuovamente nel torpore piacevole di pochi minuti prima, cullato dal calore delle coperte, dalla luce soffusa del televisore e da quelle due voci basse quando «Yuuri… ti posso chiedere una cosa? Onestamente?» esordì Georgij, la voce improvvisamente arrochita, e a quel punto eccolo che tendeva l’orecchio, già temendo la domanda che il suo ragazzo storico stava per porre.

«Dimmi pure».

Yuuri si voltò a fissarlo, il suo profilo tondo e morbido illuminato dalla luce dello schermo, e Georgij ricambiò il suo sguardo, le sopracciglia corrucciate come faceva sempre quando stava per porre una domanda per lui imbarazzante – e Georgij aveva un concetto molto personale di cosa era imbarazzante e cosa no.

«… cosa hai provato quando hai incontrato Vitya? Voglio… voglio dire come funziona il Dono del Simposio? Cosa è successo, quando il tuo tatuaggio ha reagito alla sua… Prima Frase?».

Persino Viktor trattenne il fiato per non perdersi un solo sussurro, per quanto impercettibile e irrilevante, fosse arrivato in risposta. Yuuri abbassò il capo, esitando, e si massaggiò incertamente il mento e il collo, mentre i suoi grandi occhi castani vagavano nella penombra che ricopriva di una patina scura il copriletto giallo. Non lo vide – ma lo scorse, Viktor – il movimento con cui Georgij alzava la sua mano e, agghiacciato da quel silenzio prolungato, voleva fargli cenno di lasciar stare, che era tutto apposto, che non import…

«Confusione. Lo stomaco che mi schizzava in gola con tutto… con tutto il resto dietro… no, non è esatto, sto… sto elaborando. Non ho provato niente… perché… è difficile da spiegare ma ho provato così tante emozioni in una volta sola… sono stato assalito da così tanti pensieri… Viktor… quello che sapevo già di lui… quello che il Dono mi ha comunicato come… come in un flash abbagliante…».

Yuuri aveva preso a balbettare – come faceva sempre quando diventava troppo ansioso e un fiume di parole gli si bloccava alla sommità della gola, rifiutandosi di uscire in frasi coerenti e ordinate – e gesticolava nello spazio risicato d’aria che lo separava da Georgij. Per un istante Viktor fu tentato di balzare su e stringergli piano i polsi, calmarlo col solo contatto delle dita e dirgli che non aveva bisogno di sforzarsi, che lui capiva quel concetto che stava provando a spiegare, perché lo aveva provato nello stesso, identico modo.

Ma Georgij no.

E capiva quanto fosse difficile spiegarlo a lui, frugare nella mente alla ricerca delle immagini, dei colori, degli odori persino che scatenavano quel fortissimo cortocircuito emozionale, quel «… niente, per un attimo ho sentito così tanto che è stato come diventare insensibile… è assurdo da dirsi ma… era la sensazione più simile alla felicità che avessi mai provato… ero… era tutto così completo… c’era solo Vitya davanti a me… era tutto quello che mi serviva per stare bene… era… mi sono sentito sicuro. Ho sentito che era stato… era assurdo, Viktor Nikiforov stava provando quelle stesse sensazioni guardando me. Ho… non mi ha neanche toccato eppure è stato l’abbraccio più rassicurante che mi abbia mai dato… è stato come sentirsi a casa, finalmente… come se tutti quei piccoli pezzi di me stesso che avevo lasciato sempre da parte… avessero trovato un modo di incastrarsi… come se avessi finalmente afferrato il verso giusto per farli combaciare tutti assieme».

Yuuri tacque per una manciata di secondi. Quel balbettio sconnesso si era trasformato in una marea di parole sobbalzanti, fatta di pause così impercettibili che il ballerino aveva praticamente dimenticato persino come si facesse a respirare e ora era lì, a riprendere fiato e lucidità. Persino attraverso le palpebre socchiuse Viktor poteva intravedere la sua espressione sconvolta e non riusciva a sentirsi offeso da quella reazione: il trauma, bellissimo e terrificante, era stato lo stesso anche per lui. Conosceva benissimo tutto quello che veniva subito dopo.

Anche Georgij fissava Yuuri a dir poco allibito: l’istinto di Viktor non era altrettanto infallibile tutte le volte anche con lui ma lo conosceva da anni, immaginava il suo sconvolgimento e, se non la delusione, di certo la confusione che stava aggrottando le sue sopracciglia sottili. Non era così che la raccontavano i telefilm, la pronuncia della Prima Frase: c’era la musica di sottofondo che cresceva, il mondo che si colorava di rosa, il senso di completezza che ti sfiorava gentilmente il centro del petto e ti riempiva di calore, lo stato di assoluta beatitudine che ti assaliva.

Non era così: il corpo umano era un tale coacervo di desideri oscuri e reazioni esasperate che quelle alterazioni chimiche, per quanto magiche, per quanto giuste, per quanto reciproche lasciavano sempre strascichi importanti. Ti sbattevano con i piedi per aria e la testa sul pavimento e quando, finalmente, riuscivi a rialzarti «Poi… Vitya è tornato a casa… mi ha salutato… e… la paura. Sì, è stato il primo sentimento che ho provato quando è scomparso dalla mia visuale. Ho avuto paura di tante cose: di perderlo, di non essere all’altezza, che il tatuaggio sarebbe sparito da un istante all’altro, di non… di non funzionare bene, perché il tatuaggio era arrivato tardi e non… non era tutto rose e fiori come lo raccontano. È stato… un momento complicato, sì…».

Silenzio – a parte la voce gracchiante del Grinch in onnipresente sottofondo – e lo sguardo blu di Georgij talmente sgranato da risaltare persino nella penombra insufficiente della stanza. Yuuri si torceva le mani in grembo, seduto con le gambe incrociate e ormai completamente voltato verso il regista, e teneva la testa bassa. C’era stanchezza nel suo sguardo adombrato e nelle spalle abbassate e Viktor era a un passo dallo scoprirsi e stringerlo in uno dei suoi abbracci a sorpresa, fargli sentire il suo calore e rassicurarlo che lui era lì e non lo avrebbe costretto a provare quella paura mai più.

Fu una mano di Georgij, invece, a poggiarsi sulla sua spalla in una carezza lenta. Anche se non lo avesse potuto vedere, Viktor non avrebbe fatto fatica a immaginarsi proprio quell’espressione stampata sulla faccia del regista: la curva spezzata delle labbra, lo sguardo che già scintillava di una lacrima, era tutto così drammatico che Georgij non poteva fare a meno di emozionarsi. Era esattamente il genere di situazioni che lo colpivano di più e di certo non si sarebbe aspettato di sentirsi dipingere il Dono del Simposio in toni tanto tragici.

Yuuri sollevò il capo, fissandolo senza spiccicar parola, e per un attimo Viktor credette persino che si sarebbero baciati. Invece le dita di Georgij risalirono la sua nuca e si infilarono fra le ciocche di capelli scuri e scompigliati, trasformando la sua carezzain un tentativo di ammansire quella stessa paura che si agitava anche nel suo petto. Sapere che neanche il Dono riusciva a rendere una persona sicura, che Yuuri temeva la perdita tanto quanto lui, glielo rendeva ancora più umano e più vicino di quanto non avrebbe mai creduto.

Yuuri accennò a un sorriso stanco, appoggiando la fronte contro il suo petto – anche Georgij si era voltato completamente verso di lui, una gamba ripiegata e l’altra che penzolava oltre il bordo del letto – e poi esclamò, senza neanche sollevare lo sguardo: «E tu? Tu e Vitya state assieme da dieci anni ma… come… come ti sei innamorato di lui?».

Ecco, ora Viktor voleva saperlo.

Non gliel’aveva mai chiesto, c’erano argomenti precisi che per anni avevano evitato di affrontare insieme – e tutto ciò che concerneva la natura dei loro sentimenti reciproci e i tatuaggi era diventato off limit per un tacito patto – ma la curiosità era rimasta. Ricordava la sua tragica confessione e difficilmente si sarebbe scordato le sue lacrime finché campava ma quella curiosità era rimasta annidata nel suo cervello, come un tarlo dispettoso che ogni tanto si risvegliava e tornava a rodere.

Georgij teneva il mento posato sopra la testa di Yuuri e fissava il buio davanti a sé, mentre entrambe le sue mani avevano preso a percorrergli la schiena in carezze lente, che parevano seguire il verso dei suoi ricordi che tornavano su e rischiavano di sopraffarlo.

«Non c’è stato un momento preciso» fu la prima, lapidaria risposta che lasciò Yuuri immobile, in attesa di una risposta, e Viktor a corrucciare le sopracciglia, rischiando di farsi scoprire di nuovo.

«Non… la prima volta che ho incontrato Vitya è stato strano… era questa leggiadra fata dei boschi che ci graziava tutti con la sua presenza… mi faceva una rabbia… come si faceva a danzare persino camminando… c’era qualcosa di inumano che non potevo neanche imitare, nei suoi passi!».

Yuuri rise sommessamente di quelle parole, coprendo lo sbuffo sottile di Viktor: tipico di Georgij ricondurre tutto alla danza, alla sua ossessione per un primato che non aveva mai raggiunto, ma lui era sempre stato in vetta, in fondo. Poteva solo immaginare quanta frustrazione continuasse a covare da quando il suo sogno si era bruscamente interrotto.

«Per anni l’ho guardato come un rivale da battere e un… una specie di amico? C’era qualcosa che mi attirava moltissimo nel suo modo di danzare e… nel fatto che giù dal palco diventasse un completo cretino!».

Ehi”, avrebbe voluto dirgli Viktor, “Non sono qui a spiarvi fingendo di dormire per sorbirmi gli insulti!”. Invece tacque, perché proprio in quell’istante le labbra di Georgij si piegarono in una smorfia triste e le sue mani si fermarono al centro della schiena di Yuuri.

«Non ti so dire il momento esatto in cui mi sono innamorato ma… ricordo bene il momento in cui l’ho capito… che il mio atteggiamento verso di lui era cambiato… che tutta quella rabbia e quell’ammirazione… che c’era altro sotto… e mi faceva male… guardare lui… le sue piroette, i suoi magnifici… splendidi capelli d’argento… il modo in cui ci fissava tutti dall’alto in basso come se venisse da un’altra dimensione… non riuscivo a stargli neanche vicino…».

Risatina spezzata, lacrime sull’orlo delle ciglia, le dita che affondavano nella maglietta di Yuuri contorcendosi come artigli: in tempi non sospetti Viktor e Yuuri lo avrebbero preso in giro per tutta quell’esasperata voglia di drammaticità ma, in quel caso, Georgij era più che giustificato.

«Volevo possederlo… volevo che fosse mio e soltanto mio… era… non penso che fosse un sentimento sano e non… non avevo neanche la certezza che mi avrebbe ricambiato. Lui… lui arrivava dopo una lunga… lunga serie di fallimenti… aveva il tatuaggio e sapevo… sapevo che quella Frase non era mia e non lo sarebbe mai stata… e io… avevo paura… ho avuto paura nell’istante preciso in cui ho capito che avevo perso la testa per lui… era imbarazzante… era il mio migliore amico… era…. Era il tipo che avrei voluto superare a tutti i costi e che era sempre tre passi avanti a me… e mi piaceva… avevo diciassette anni e tutto quello di cui ero sicuro è che non mi sarei mai innamorato di nessun altro in quel modo. Mai. Poteva rifiutarmi… poteva… avrebbe potuto stancarsi di me un giorno ma io sapevo che non mi sarei mai stancato di stargli vicino, in un modo o nell’altro e… avevo ragione».

Un sospiro lungo – teatrale, spezzato, un po’ roco – poi le braccia di Yuuri che si sollevavano e ricambiavano l’abbraccio di Georgij e infine il silenzio, perché non c’erano parole abbastanza efficaci per contrastare tutto quello, il nodo in gola, l’angoscia, dei ricordi che solo per una fortuna insperata non si erano tramutati in simulacri su cui piangere il funerale di un amore finito troppo presto.

Poi la chiosa, perché figurarsi se Georgij Popovič perdeva un’occasione del genere per essere drammaticamente poetico fino in fondo: «Era l’estate del 2005, era un pomeriggio molto caldo… ero appoggiato al corrimano della specchiera della nostra aula e c’eravamo solo io e Vitya ad allenarci… stava facendo una piroetta e si è voltato a guardarmi… non credo nemmeno che stesse guardando proprio me, con quegli occhi azzurri così lontani… mi sono sentito… trapassato da quello sguardo… era così bello e perfetto e io mi sono sentito così scemo… così… mi piaceva da morire, è stato… sì, è stato come se mi sentissi morire per davvero… mi tremavano le gambe, mi sono dovuto sedere e ho… non sono riuscito più a guardarlo in faccia per il resto del pomeriggio… non sono più riuscito a parlargli e a toccarlo come se mi stesse indifferente… come se fosse un amico e basta».

Si era staccato da Yuuri, Georgij. Gli teneva le spalle e lo guardava e scorgeva in lui la stessa comprensione per quegli sguardi strani che di tanto in tanto Viktor rivolgeva anche a lui, quelle stilettate di ghiaccio che li passavano da parte a parte e di cui si erano dati la spiegazione che fossero semplicemente un suo vezzo – perché Viktor non sembrava aver voglia di parlare di certe sue stranezze, non importava quanto insistessi ad aprirlo, era più chiuso di un’ostrica sigillata.

«Tutto è andato al suo posto, il fastidio che provavo ogni volta che mi toccava, l’odio con cui gli fissavo quel dannato tatuaggio, la gelosia… la gelosia che provavo ogni volta che qualcun altro gli parlava… la rabbia se smetteva di fissarmi quando toccava a me ballare… non è stata questione di un attimo, no. È stata… una lunga serie di attimi che si sono incastrati tutti assieme e dopo… dopo tutto è cambiato per me».

Georgij era uno sciocco.

Se solo fosse stato meno preso dai suoi drammi personali – pensò Viktor, frenando il riso isterico che gli solleticava la gola al solo ripensare alle sue parole – avrebbe capito che lui ci aveva messo ancora meno tempo a invaghirsi di lui. Precisamente due anni di meno, quindicenne e circondato di coetanei e non coetanei che non desideravano altro che la sua compagnia e l’invidiabile status di sua anima gemella per quello che avrebbe comportato a livello sociale e perché, sì, lui era molto bello e molto desiderabile. Georgij con quei suoi irritanti atteggiamenti da cavalier servente, che facevano ridere gli adulti, non capiva che un adolescente ci poteva cascare con tutti i piedi, in certi sentimenti traditori, se si metteva a giocare la parte del difensore della sua integrità di fronte a un “mondo di approfittatori”.

Lo aveva desiderato perché era stupidamente puro e bellissimo a modo suo; perché era il meglio che il mondo gli stesse offrendo e lui, sì, era presuntuoso e non si sarebbe accontentato di un amante di comodo, di qualcuno che semplicemente strisciava di fronte ai suoi piedi pretendendo la sua attenzione e il suo affetto. E poi Georgij lo aveva detestato e gli aveva voluto bene senza pretendere in cambio null’altro che la vaga illusione di poterlo superare: era stata l’ombra che Viktor sapeva non avrebbe mai potuto superarlo e che pure l’aveva spinto a continuare a inseguire la perfezione… anche solo per restargli davanti e farsi guardare da lui.

Era stato il tatuaggio a frenarlo – la speranza stupida che sarebbe comparso prima o poi anche sulla pelle di Georgij – ma poi davanti alle sue lacrime e la sua disperata richiesta d’affetto – lo stesso desiderio che provava lui! – non c’era stato molto altro da fare che fregarsene e capitolare, nonostante tutto quello che sapeva.

Perché gli esseri umani erano sciocchi. Era per questo che combinavano casini con la magia.

«Neanche tu ti trovi tanto bene in questo casino, eh?».

Come con Michele.

Erano tutti convinti, persino nella comunità I6, che in fondo i tatuaggi fossero una magia un po’ difettosa, perché dipendevano dai desideri delle persone molto più di quanto l’ufficialità delle istituzioni non fosse disposta ad ammettere. Si erano scordati di un altro problema fondamentale: quella magia interagiva fra le persone e se già un cervello umano era complicato, appena lo mettevi in connessione con tutti gli altri miliardi che brulicavano sulla superficie del pianeta, beh, la situazione si faceva esponenzialmente più complessa.

«No, veramente sono solo un po’ brill…».

«Non parlavo con te».

Michele lo aveva sorpreso. Era la fine di ottobre di quello stesso anno ed erano lì, entrambi buttati su un divanetto a una delle tante feste spettacolarmente lunghe organizzate dalla comunità I6 di Detroit. Non si erano mai davvero parlati: non ce n’era stata occasione e, soprattutto, Michele Crispino sembrava avercela con lui ma Viktor non ne aveva mai capito il motivo né si era dato mai pena di cercarlo.

Pessima idea.

«E allora con chi, scusa? Non ci sono altre persone o sei capace di vedere i fantasmi?» lo aveva preso in giro Viktor – perché in fondo era divertente prendersi gioco di una persona così irascibile e drammatica quasi quanto il suo ragazzo storico. Michele lo aveva fissato, assottigliando gli occhi, già ubriaco dopo un paio di bicchieri di vino, le guance rossissime ma la voce bassa, come se persino in quello stato ci fosse qualcosa che non riusciva a tirar fuori ad alta voce.

«Questa frase l’hanno detta a me. Sei mesi fa. E lo sai perché me la ricordo?».

No, non lo sapeva ed era stato persino tentato di liquidare quel discorso con un’alzata di spalle e spegnere la ricezione, finché Michele non avesse smesso di blaterare a vanvera e si fosse addormentato – oppure avesse trovato un’altra vittima da mettere in croce con i suoi deliri ubriachi. Lo aveva visto sempre appiccicato a Georgij – avevano entrambe ben poche capacità di stare al centro dell’attenzione durante una festa, doveva essere una questione di simili che si riconoscevano – e che quel pensiero lo avesse assalito proprio in quell’istante, beh, Viktor l’aveva considerata l’ennesima fatalità di un destino che si divertiva alle sue spalle.

«Perché te la ricordi?» lo aveva assecondato, per sport, e Michele «Perché è la Frase. Quella che c’era scritta sul mio tatuaggio prima che la cancellassi» era sbottato a voce più alta. Poi si era portato una mano alla bocca, terrorizzato, e si era guardato attorno come se qualcuno potesse spuntare da un momento all’altro e arrestarlo – non li arrestavano più gli Intoccabili come lui, non avrebbe dovuto temere nulla.

Poi si era rimboccato la manica della maglietta, mostrandogli l’interno dell’avambraccio – lì dove avrebbe dovuto esserci una frase ma c’era solo un’orribile bruciatura che… a stento mascherava il brillio fioco e argentato che prendeva il tatuaggio quando si attivava.

«E lo sai chi l’ha pronunciata, sei mesi fa, a una festa proprio qui, in questo stesso posto… su questo stesso cazzo di divano?!».

Viktor aveva smesso di annoiarsi. Viktor si era sporto appena verso di lui e Michele, complice l’ubriachezza molesta che lo rendeva meno rigido del solito, con l’aria più cospiratoria di sempre gli era andato incontro e gli aveva sussurrato, mettendosi persino una mano davanti alla bocca: «Il tuo Zhorochka».

Viktor non era una persona violenta. Poteva ferire con molta maestria le persone usando le sue parole ma trovava lo scontro fisico poco elegante, da cafoni. Per la prima volta in vita sua avrebbe desiderato con tutto il suo cuore tirare un cazzotto in faccia alla persona che aveva di fronte e, povero Michele, in realtà non ce l’aveva neanche con lui personalmente: ma se all’epoca avesse saputo fino in fondo da che periodo di merda stavano uscendo fuori lui, Georgij e Yuuri, avrebbe capito che Viktor non aveva nessuna intenzione di vedere tutti quei delicati equilibri rompersi nuovamente per colpa dell’ennesimo scherzo di quello stupido Dono.

«Perché lo vieni a dire a me? Perché non vai a dirlo a Zhora, uh? Non sono mica il suo guardiano, io!» aveva finto indifferenza, in ogni caso. Non era nel suo stile infervorarsi tanto facilmente ma nemmeno a un più che ubriaco Michele era sfuggita la stretta improvvisa delle sue dita attorno al bicchiere di ghiaccio semi-sciolto che reggeva in una mano o come il suo sguardo si fosse fatto tanto affilato da tagliarlo da parte a parte, come se stesse brandendo un coltello.

Lo aveva visto irrigidirsi e allontanarsi appena, prima di scuotere il capo e tornare alla carica, puntandogli il dito contro ed esclamando: «Ti sto avvertendo. Se tu e il tuo fidanzatino giapponese provate a escluderlo, a farlo sentire solo anche mezza volta… se lo becco a piangere perché vi siete dimenticati di lui, io me lo vengo a prendere».

Cielo! Era tutto così drammatico, sembrava la sceneggiatura di un brutto film di cappa e spada con duelli per l’amore di una donzella, era tutto così assurdo e gli faceva tanta rabbia che Viktor non aveva dovuto nemmeno battere le ciglia una seconda volta, prima di incalzarlo con un taglientissimo: «Sul serio? E che dirai a Emil? O hai intenzione di scaricarlo ora che il tuo tatuaggio funziona, finalmente?».

Persino in preda ai fumi dell’alcool Michele aveva esitato. Lo aveva visto passarsi una mano sulla faccia, stropicciarsi naso e bocca in un impeto di rabbia, gli occhi viola che lanciavano occhiate di sbieco tavolino e rifiutavano ostinatamente di incontrare il suo sguardo troppo concentrato e troppo giudicante.

«Emil è molto paziente… e comprensivo… ed è sempre stato chiaro fin da subito… che per lui non ci sarebbero problemi se io… se dovessi andare a… divertirmi altrove…».

«Sai, io non sono una persona possessiva» lo aveva fermato Viktor, cominciando a far roteare quel po’ di ghiaccio mezzo sciolto che era rimasto nel bicchiere, ma Michele non si era lasciato ingannare dal modo in cui il suo sguardo azzurro gli aveva dato tregua. Dopotutto Viktor aveva messo su il suo sorriso delle grandi occasioni, quello affilato come una falce di luna, quello tagliente quanto le parole che si preparava a pronunciare ogni volta che decideva di spezzare una persona, che commetteva l’errore di toccargli quelle poche cose a cui teneva nella sua vita.

«Zhora ha avuto il buon cuore di dividermi con Yuuri senza fare storie, io non mi opporrei se decidesse di guardarsi attorno e fare altrettanto. Oh, non mi opporrei nemmeno se fosse lui a decidere di andarsene, perché gli è spuntato il dannato tatuaggio e finalmente ha trovato l’amore della sua vita!».

Pausa.

Quell’ipotesi continuava a perseguitarlo e incupirlo persino a distanza di settimane da quella discussione. No, e chi si opponeva. In quanto a essere felice di un’eventualità del genere… quella era un’altra storia.

«Ma questo. Se pensi di… divertirti e basta con lui, se pensi di usare Zhora per farti una scopata, ti devo proprio fermare. Zhora non è quel tipo di persona e non ti permetterò di incasinargli la vita, sventolandogli davanti il tuo tatuaggio a senso unico, solo per toglierti di dosso tutta la pressione ormonale che la magia ti mette in corpo.  Ha quasi trent’anni, ha finalmente smesso di inseguire quello stupido Dono inutile, non ti permetterò di mandarlo in crisi di nuovo, neanche lo sai cosa ho visto io negli ultimi diciotto anni».

Se lo avesse lasciato andare, era il sospetto che gli si agitava nel petto di tanto in tanto, forse a Georgij il tatuaggio sarebbe spuntato davvero. Forse era colpa anche sua, dell’egoismo con cui aveva continuato a tenerlo legato a sé anche quando non era più stato solo. Forse, se avesse smesso di esercitare tutto quel fascino su Georgij, si ripeteva sporcando ogni sentimento che provava per lui, il suo storico e troppo drammatico ragazzo avrebbe finalmente maturato dei sentimenti veri per qualcuno a cui non si sentiva legato dalle abitudini e dal tempo, più che dal Dono.

Forse Michele era quello che…

«No, Cristo. Tu non capisci un cazzo! Non sono quel genere di persona, ok?! Non ho voglia di usare nessuno! Io ci tengo a lui, hai capito?!».

«E allora perché non vai a parlarci? Perché fai questo discorso a me? Cosa ti aspetti che ti dica, Michele?».

Ma era sempre stato il primo a dire che il Dono era una magia stupida e sciocca, come lo erano tutte quelle magie che interferivano sui loro corpi e le loro menti da secoli, programmate per “aggiustarli” e renderli efficienti persino nella ricerca di una compagnia. E Michele aveva scosso il capo e il suo sguardo viola si era fatto terribilmente triste e lucido, mentre lo fissava e gli replicava con molta più sicurezza: «Fai finta di non capire? Guarda che non sei l’unico a essergli vicino, lo so quanto ci tiene a te. Lo so quanto… cazzo, quanto è riuscito a superare tutta questa merda in cui vi siete ficcati tutti e tre e farsi stare simpatico persino Yuuri… lo so perché questo schifosissimo tatuaggio me lo fa sentire!».

Era una bella iattura, quella di possedere un tatuaggio senza che la propria anima gemella ne possedesse uno identico, senza provare la consolante onda di reciproca accettazione che investiva due anime gemelle normali. Glielo aveva spiegato anche Mila – ma lei, con Sara, era stata parecchio più fortunata – che quel terribile cortocircuito fisico e mentale che ti assaliva, quando finalmente la tua anima gemella pronunciava la Prima Frase, poteva tramutarsi nel più orribile colpo di coda quando dall’altra parte tutto ciò che sentivi era il nulla.

Aveva potuto persino figurarsi la scena: Georgij che intercettava Michele, tutto solo e ingrugnito nel mezzo di una festa; Georgij che faceva appello a quel po’ di capacità sociali che possedeva e gli rivolgeva la parola – la Prima Frase; Michele che si ritrovava sul posto, spiazzato e sconvolto, attraversato da un fulmine che lo bruciava da capo a piedi, ritorto e stretto come uno straccio bagnato, fin quasi a rompersi.

E poi niente.

Poi la magia che si interrompeva come una luce che si spegne all’improvviso, il freddo, la solitudine e la paura che si tramutava in certezza di essere condannato a restare solo, forse per sempre, ma sicuramente ogni giorno della propria vita con quel sentimento monco che avrebbe cercato, senza trovarlo, di essere corrisposto.

Adesso tornava tutto, la rabbia di Michele nei suoi confronti e verso Yuuri, il suo attaccamento spasmodico e quasi morboso nei confronti di Georgij… che cretino era stato, a non essersene mai davvero reso conto.

«E allora che hai intenzione di fare?».

«Niente».

Michele gli aveva mostrato i palmi vuoti, tanto per sottolineare quanto terribile fosse la sua risoluzione, e poi si era stretto nelle spalle con una mestizia che neanche gli apparteneva.

«Resto suo amico e me la tengo… finché a Zhora starà bene così. Finché non lo farete soffrire… ma tanto siete così stronzi che non mi darete neanche questa soddisfazione! E poi… io di questa magia di merda non mi fido… il Dono… mi ha già fregato abbastanza la Condanna, non ne voglio sapere mezza, di sta roba…».

C’erano parole che bisognava stare molto attenti a pronunciare, persino in un posto sicuro come la comunità I6. Viktor l’aveva fissato stralunato e prima di potersi dominare, gli era sfuggito un: «Anche tu… la Metempsicosi…».

Michele avrebbe potuto fare il peggior uso di quelle parole incaute – i registri governativi, fino a qualche decennio prima, erano pieni di denunce anonime di “persone difettose” da parte di altri, affetti dallo stesso problema ma terrorizzati di essere scoperti al punto da denunciare chi era nella loro stessa condizione. Michele avrebbe potuto anche soltanto ridere di lui, avrebbe potuto tirar fuori i peggiori insulti – era nella posizione per detestarlo, in fondo. Invece aveva commentato con uno sconcertato e sospettoso «Il grande Viktor Nikiforov… un Condannato?», ubriaco ma non abbastanza da non accorgersi del pericolo che stava correndo, a parlare così di quell’anomalia, che era una specie di marchio infamante ancora più di un tatuaggio difettoso.

Poi un pensiero gli aveva attraversato la mente – Viktor aveva potuto immaginare benissimo quale – e la sua espressione si era contorta in una smorfia di dolore, prima che si decidesse a chiedergli: «E chi dei due è lo sfortunato… oh no… non dirmi che sono tutti e due… e io che pensavo di avere una vita di merda…».

Gli esseri umani erano sciocchi. Era per questo che combinavano casini con la magia. Era per questo che credevano di aver trovato nella magia che intesseva ogni singolo atomo dell’universo in cui vivevano una facile scorciatoia per risolvere i propri problemi.

E ne avevano creati di altri.

Tutto nasceva da un errore di fondo, a dire il vero: la magia era l’essenza spirituale che nasceva dalla materia ma sempre alla materia doveva appoggiarsi. Non c’era magia che interferisse sull’anima delle persone senza passare prima per la gabbia di carne che chiamavano “corpo”. Ci voleva una certa, approfondita conoscenza dei meccanismi del corpo umano per giocare così a fondo con essi e Viktor dubitava che la possedessero persino nel loro, “avanzatissimo”, 2017. Figurarsi quando il Dono del Simposio era stato concepito e applicato, poco più di un secolo e mezzo prima.

Isolare quel concetto etereo che era l’anima all’interno di un corpo umano era pressoché impossibile e, chissà quanto a ragione, i membri del Consiglio Mondiale della Magia avevano davvero pensato che ridurre la compatibilità fra due (o più, avrebbe dovuto presentare loro Phichit) persone agli equilibri chimici che alteravano un cervello umano, ai geni del loro DNA, fosse più che sufficiente a risolvere il problema, a risolvere il nodo fondamentale che rendeva le società umane fallibili: crea coppie solide e felici e creerai famiglie altrettanto solide e felici. Non crescono figli infelici in famiglie fondate sui “sentimenti giusti”. Elimina i figli infelici ed eliminerai un mondo di frustrazioni e dolore.

Poi la magia aveva fatto il resto, si era legata, intrecciata stretta, cucita addosso ai gusti e alle inclinazioni delle persone, era salpata lontano dai giochi meccanici di adrenalina, serotonina e compagnia bella. Il Dono si era iscritto nella carne del miliardo e passa di persone che già popolavano la Terra, aveva creato ponti segreti, interconnessioni nascoste nella trama sottile del mondo spirituale che era incollato alla materia inerte di cui tutti loro erano composti. Il Dono aveva giocato con le loro menti e le loro vite e aveva semplicemente obbedito al comando per cui era stato creato: trovare persone compatibili e metterle in collegamento. Ed era stato così che erano cominciati i guai.

Perché, e lì stava il secondo errore di fondo di tutta la questione, non erano solo le menti delle persone a essere diversissime fra loro. Anche i corpi umani obbedivano alle leggi della fisica e della medicina fino a un certo punto allo stesso modo. C’erano piccoli scostamenti, impercettibili all’occhio, che nessuna legge umana generica poteva abbracciare, ma abbastanza profondi da far saltare in aria quello che doveva essere un meccanismo di appaiamento quasi automatico.

I guai erano cominciati prestissimo e, col passare dei decenni, gli errori, gli scostamenti erano aumentati, fino a creare situazioni paradossali come quelle: Michele che moriva d’amore per Georgij, che si era disperatamente legato senza neanche un tatuaggio a lui, che era l’anima gemella di Yuuri.

E poi la Condanna.

Era lì il terzo errore di fondo, quello che avrebbe dovuto far dire ai membri del Consiglio Mondiale “non facciamolo”.

C’era già stato un tentativo, molto addietro nella storia, più di mille anni prima, di permettere a due “anime gemelle” di incontrarsi, saltando le distanze, le incomprensioni, le lungaggini di una vita passata a cercarsi e incontrarsi nel momento sbagliato o fallire, per colpa dei dubbi e delle paure.

La magia che c’era dietro era nata da un’idea molto più ingenua, assoluta e pericolosa: c’era stata un’Età d’Oro in cui gli uomini avevano vissuto completi e felici, un’Età d’Oro a cui avrebbero potuto ritornare se solo avessero potuto ricordare. Tutto stava nel risvegliare i ricordi dormienti delle vite passate nelle anime ormai incomplete e accecate delle persone.

Ma dove andare ad appoggiare quel concetto? A tutto il corpo, naturalmente, perché l’anima era il corpo che la conteneva.

I guai erano cominciati così presto – e i loro perversi effetti si erano sentiti per così tanti secoli – da non far pentire mai abbastanza gli artefici di quell’idea, ancora vivi e fra i primi a subirne tutti i contraccolpi. L’Età d’Oro era troppo lontana dalle loro menti imperfette, ormai – o forse non era, semplicemente, mai esistita – ma una volta che il Favore (o Condanna, come ormai era conosciuta da secoli) della Metempsicosi cominciava a interagire con ogni cellula del corpo, il più era fatto.

Era una magia egoista e chiusa, non giocava con i gusti delle persone, non aveva bisogno di creare ponti per innescarsi, si incideva profondamente nella fibra del tuo essere e cominciava a tempestarti: di ricordi, memorie tue e non tue, trasmesse di generazione in generazione, di genitore in figlio. C’erano anime più giovani, più fortunate, che avevano meno vite da ricordare e meno rimpianti e dolori da sopportare.

C’erano anime più vecchie, che ricordavano persecuzioni inenarrabili – come vittime e come carnefici – e a volte, per colmo di sfortuna, tornavano a cercare l’oggetto dei loro tormenti, per il puro gusto di ricominciare a fare del male.

C’erano anime antiche, vecchie quasi quanto la loro specie, la cui vita si spezzava e diventava un infinito esercizio nel ricordare, finché il presente si sfocava dietro visioni continue di un passato che diventava così reale da farle impazzire, perché la magia funzionava troppo bene e il ciclo delle reincarnazioni era così lungo, da sopraffare le loro menti prima che raggiungessero la maturità.

Nel corso delle generazioni quella magia – mai più ripetuta né rinforzata – era andata sbiadendosi e il Dono del Simposio era sembrato un buon modo per ricominciare da zero, cancellare i vaghi incubi notturni che ancora tormentavano troppi esseri umani e mostrare al mondo che c’erano anche magie buone, magie perfette, magie che funzionavano come dovevano.

Ma la magia nasceva sempre da una forza naturale, che nessun essere umano poteva padroneggiare fino in fondo. La magia finiva sempre per ribellarsi e andare più a fondo di quanto nessuno dei suoi programmatori originali avesse mai desiderato. La Condanna della Metempsicosi poteva essere sovrascritta e in molti casi finiva per annullarsi ma a certe anime – a certi corpi, al loro DNA e ai loro geni e a tutte le singole cellule che li componevano – restava attaccata con particolare predilezione.

Era per quello che Michele aveva finito per attaccarsi morbosamente a Sara: quando gli incubi delle sue tante morti precedenti avevano cominciato ad assalirlo di continuo, il terrore di perderla era diventato parossismo insopportabile.

Era per quello che Viktor, quando guardava Yuuri e Georgij, vedeva anche altro e il suo sguardo finiva per perdersi lontano, così addietro nel tempo che le prime volte le emicranie lo avevano quasi distrutto.

Eppure per lui la Metempsicosi non era sempre stata una condanna. Aveva avuto un’infanzia solitaria e fredda: i suoi genitori erano morti troppo presto e quei brandelli di vita passata che andavano a trovarlo sotto forma di sogni gli facevano compagnia. Erano così vividi e reali e gli mostravano epoche diverse, come in un carosello fantastico, in cui era stato mille altre persone, dall’aspetto e dal sesso diverso, ma sempre col passo leggiadro e i lunghi capelli color ferro.

A volte i suoi genitori gli erano sopravvissuti ed era morto giovane. Altre volte li aveva avuti accanto fin quasi alla vecchiaia. C’erano state vite in cui aveva avuto fratelli e sorelle, vite in cui i suoi compagni di lotta erano stati la sua unica famiglia. C’erano state vite povere in cui aveva dovuto strisciare nel fango, per rialzarsi, vite troppo ricche, dalla cui bambagia era stato tirato fuori a forza e ritrascinato nel fango. C’erano state vite così tranquille da cullarlo in nottate di sonno quasi comatoso e vite tanto avventurose da fargli battere il cuore a mille.

In alcune vite era rimasto solo e aveva fatto molte cose.

In altre vite li aveva incontrati, prima Georgij e poi Yuuri, a volte separatamente.

Altre, molte, troppe tutti e due assieme.

Fino ai suoi undici anni Viktor era stato consapevole solo a metà della pesantezza di quel Favore, la sua mente di bambino era stata troppo occupata a meravigliarsi e pensare, con presuntuosa assolutezza, che tutto gli sarebbe andato sempre bene.

Poi, un giorno lontano di diciannove anni prima, aveva messo piede in una palestra tutta specchi e parquet odoroso di cera appiccicosa e dolciastra. Viktor non credeva al destino ma il Caso era ben stato beffardo, quando aveva diretto subito la sua attenzione su quel curioso e troppo cupo ragazzino che provava le sue spaccate con eccessiva serietà.

Gli si era avvicinato per gioco, per stuzzicarlo leggermente, e poi quello aveva alzato la testa. Nei suoi occhi blu – aveva avuto altri volti, altri capelli, un altro sesso perfino – aveva riconosciuto uno dei fantasmi ricorrenti dei suoi sogni. E poi il suo sorriso era scolorito in un’espressione di orrore – quanto a lungo Georgij aveva pensato che ce l’avesse avuta con lui! – quando al suo volto di bambino corrucciato si era sovrapposta un’altra immagine: il viso scavato di una donna che gli moriva fra le braccia, i capelli scuri e impiastricciati di sangue incollati alla pelle.

Non aveva mai avuto visioni tanto lugubri e violentemente vivide in vita sua, soprattutto non da sveglio. Non era stata la migliore prima impressione che potesse avere di una persona – anche se doveva concordare che era l’ironia più azzeccata della sua vita, che associasse proprio Georgij Popovič a un’immagine tanto drammatica – ma la paura era stata presto sostituita dalla curiosità e da un dubbio che lentamente era diventato certezza.

Lui e Georgij si erano già incontrati nelle loro vite precedenti ma Georgij, per qualche strano e fortunato motivo, non sembrava ricordarlo. Visioni, come flash improvvisi e violentissimi, dei suoi sé passati erano tornati a tormentarlo spesso nel corso della loro adolescenza e avevano cominciato a sbiadire, a mano a mano che condividevano sempre più tempo assieme e il loro rapporto si stringeva come i fili intrecciati della trama di una corda troppo tesa.

Dopo la curiosità, però, era arrivata la tristezza – perché se già il loro rapporto sembrava una bomba a tempo, destinata ad esplodere il giorno che fosse arrivata la sua anima gemella a pretendere ciò che in teoria era suo di diritto, Viktor nei suoi sogni e nelle sue visioni aveva intravisto altro. Perché c’erano state vite in cui aveva incontrato solo Georgij ed erano persino rimasti assieme a lungo. Poi c’erano state vite in cui aveva incontrato qualcun altro, qualcun altro di cui non sapeva ancora il nome in questa vita, ma che aveva imparato a riconoscere in due particolari che non cambiavano mai: la linea tonda delle guance rosee e il sorriso timido e malinconico, che faceva il paio con quelle due curve morbidissime.

Quelle tre linee si erano sovrapposte perfettamente all’espressione incerta e felice assieme che Yuuri gli aveva rivolto, dietro le quinte, la sera del suo grande debutto nel primo spettacolo diretto da Phichit. Sarebbe già stato un momento complicato ,contando soltanto i sensi di colpa che lo avevano assalito nell’istante esatto in cui il suo tatuaggio aveva reagito e gli aveva fatto perdere la testa – mentre una voce nel retro esatto della sua nuca gli ricordava che adesso avrebbe dovuto fare i conti con Georgij e con tutto quello che la comparsa della sua anima gemella si sarebbe portato dietro.

Ma poi aveva incrociato lo sguardo di Yuuri, il picco di adrenalina era sceso, e in un flash violento quanto quello che l’aveva assalito la prima volta che aveva incontrato l’ex-ballerino russo, l’aveva visto: il corpo riverso di un soldato morente ai suoi piedi, il rantolo finale mentre si aggrappava all’orlo dei suoi pantaloni e poi ricadeva a terra, chiedendogli scusa.

C’erano state impensabilmente troppe vite in cui Georgij e Yuuri si erano incontrati e lui era stata la causa scatenante di quegli incontri.

Non c’era stata una sola vita, tuttavia, in cui fossero andati d’accordo. Nessuna delle visioni che continuavano ad assalirlo – a un ritmo rado ma a suo modo regolare – e che riguardavano quegli scampoli di un passato non suo erano felici al proposito. C’erano stati gli stessi, violenti litigi che per i primi quattro mesi avevano reso il gioco imperfetto del loro rapporto a tre difficilissimo e scassato.

C’erano stati esiti infelici, vite in cui erano rimasti soli tutti e tre, vite in cui Viktor se n’era andato per primo e non poteva sapere cos’era stato di loro due.

C’erano state vite in cui, peggio ancora, Georgij e Yuuri si erano odiati al punto da arrivare ad ammazzarsi.

E adesso c’era quella vita, quell’unica, assurda singolarità imprevedibile in cui erano seduti ai suoi piedi, nel buio, ad abbracciarsi e sussurrarsi parole come due strani, teneri amici che avevano deciso di appoggiarsi l’uno all’altro, invece di spintonarsi via per averlo tutto per sé.

Nella penombra sbiadita dallo schermo acceso della tv di quella camera da letto, Viktor assottigliava gli occhi e fingeva di dormire, mentre continuava a fissarli e a chiedersi se anche quella fosse solo un’altra allucinazione. Avrebbe voluto dirglielo, in fondo. Avrebbe voluto togliersi quel peso dal cuore, ora che tutto sembrava essere andato per il verso giusto, e spiegare perché gli capitava di guardarli in quel modo strano e agghiacciante, certe volte. Che non era esattamente colpa loro ma un po’ lo era, anche se non avevano alcun controllo delle loro reincarnazioni precedenti.

Ma non era nel suo stile.

Gli sarebbe sembrato di barare e di condizionarli, di costringerli ad andare d’accordo per contraddire i suoi peggiori dubbi e timori. Non era modo di giocare, così, a carte scoperte e rischiare di renderli due esseri infelici che gli sarebbero stati a fianco soltanto per colpa di una magia, una Condanna, che nemmeno li riguardava.

Era per questo che «Michele, qualsiasi cosa deciderai di fare, ci sono cose che devi imparare a non dire» gli aveva detto, a quella festa due mesi prima, complice l’alcool che gli rendeva la lingua sciolta ma in grado di rivelare solo a metà tutto quello che si teneva accuratamente nascosto in corpo da anni.

«E soprattutto, devi sapere, che io non sono geloso né possessivo. Mi piace condividere ma sono anche egoista. E questa vita sta andando troppo bene. Parla con Zhora quanto ti pare e se lui vorrà concederti qualcosa… tanti auguri. Ma sappi che non ho fatto tutta questa fatica per farmelo portare via. Da nessuno. Quindi puoi stare tranquillo, perché né io né Yuuri abbiamo intenzione di metterlo da parte».

Michele, per quanto ne sapeva, non aveva ancora aperto bocca ma Viktor aveva cominciato a capire il genere di ansia che Georgij aveva provato per tutti quegli anni, quando era lui a vivere nella devastante attesa che arrivasse la sua anima gemella. Se continuava a resistere così bene era perché, in fondo, aveva sempre trovato un modo di cavarsela e far combaciare i pezzi più sconclusionati assieme senza tanti problemi – e non soltanto in quella vita.

La sua anima – quel coacervo di ricordi di troppe vite che si intersecavano e si dividevano nel sottofondo delle sue notti irrequiete – aveva visto persino più cose di quante quella sbiadita Condanna non lo costringesse a richiamare alla mente. Si muoveva a tentoni sulla presuntuosa certezza che gli sarebbe bastato continuare a pescarci a piene mani, per non mandare tutto all’aria anche in quella vita. A volte sbagliava spettacolarmente, moltissime altre riusciva ad arrivare a meta.

Georgij e Yuuri si sciolsero dal loro abbraccio e si voltarono, tanto all’improvviso che Viktor fece appena in tempo a stringere gli occhi e fingere di essere ancora completamente immerso nel sonno. C’erano cose che, in fondo, era meglio che non sapessero: quella sua cattivissima abitudine di origliare quando pensavano di non essere ascoltati, l’ostinazione con cui si teneva certi dettagli ben nascosti dietro lo schermo freddo dei suoi occhi azzurri.

Era un’anima antica, dopotutto.

Ricordava abbastanza per sapere che anche condividere troppo poteva fare del male.

C’era un solo particolare di cui continuava a essere certo, però: li amava, entrambi, li aveva sempre amati in modi diversi e disuguali, sempre troppo intensi e complicati per spiegarli a parole, e non importava quante vite avesse vissuto e quante ancora gli spettava di tornare a vivere in quell’universo.

Non si sarebbe stancato di ripeterglielo.

Mai.

Note finali:«Il tuo Zhorochka».
Za-zan.
ᕕ( ͡° ͜ʖ ͡° )ᕗ
Za-zan.
(☞ ͡° ͜ʖ ͡°)☞
Pensavate che questa AU fosse già complicata di suo? Ebbene, BECCATEVE LA BEUAUTIFULLATA. E sì, certo che avevo in mente sta vigliaccata fin dal primo capitolo. Perché? Boh, faccio schifo, scusami, Miché, al porn fest ti faccio copulare con Gosha in tante AU bellissime, scusami ma questa è LA AU DEL DOLORE.
Poi.
La canzone di Sting è stata una folgorazione. Non sapevo cosa usare per aprire questo capitolo e poi mi sono ricordata quasi per caso quel verso su "A thousand times" e, I dunno, ascoltatevela e leggetevi tutto il testo, perché è davvero azzeccatissima per Viktor in questa AU, in generale, e in questo capitolo in particolare.
Georgij e Yuuri mi spezzano dentro, vi giuro, ho cominciato questa AU low-key shippandoli e sono finita ad affogare nei feels Katsuvich fino alle orecchie.
Viktor.
Questo capitolo è tutto su di lui perché, non so, sentivo il bisogno di sdilinquirmi in fiumi di parole, ho evitato volutamente di concentrarmi troppo sul suo POV perché volevo che arrivasse tutto all'improvviso e tutto assieme, il background su di lui. Come ormai penso si siano accorti tutti, sta AU pesca tantissimo dai concetti platonici di amore, anima e via discorrendo, e vi giuro, mi rendo conto di aver supercazzolato un sacco sul concetto di "anima" e "magia" in questo universo ma la cosa mi divertiva da morire e non riuscivo a smettere, nclpf.
All'inizio, a essere sinceri, pensavo di affibbiare quest'ennesima tragedia "siamo due/tre reincarnazioni ma solo io me ne ricordo" a Georgij ma sarebbe stato... scontato? Ha già un sacco di rogne, povera bestia e poi era un prompt che si adattava molto meglio a Viktor - e anche al suo tenere nascosti particolari importanti della sua vita agli altri. E, non so, è tutto molto bello (NO) perché l'effetto angst è decuplicato. Thank you, Vitya, avevo proprio bisogno di un'altra BOTTA D'ALLEGRIA. *piange*
Avevo intenzione di dire tre miliardi di cose in queste note ma mi sono scordata tutto e, vbb, tanto non so nemmeno se siete ancora qui e non siete morti dopo questo capitolo lunghissimo. Più di settemila parole.
E che maronn...
Il prossimo capitolo è l'ultimo. *rumore di cuoricino che si spezza*
Sarà piccino, è un capitolo di chiusura.
E stucchevole, naturalmente.
Perché io sono una persona stucchevole.
E nulla, basta, mi sento vuota dopo aver finito questo capitolo, nclpf, A PRESTISSIMO.

 
 
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