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15 January 2017 @ 11:27 pm
[Yuri!!! On Ice] I'd break the back of love for you (9/9)  

Titolo: I'd break the back of love for you
Titolo Capitolo: #9 - Let there be love
Autore: raxilia5running
Fandom: Yuri!!! On Ice
Personaggi: Georgij Popovich, Yuuri Katsuki, Viktor Nikiforov
Coppia: Georgij/Viktor/Yuuri
Parte: 9/9
Rating: PG15
Genere: Introspettivo, Romantico, Generale
Warning: soulmate!AU, tatuaggi magici, slash, festa di natale, polyamory, fluff
Riassunto: Gli esseri umani erano sciocchi. Era per questo che combinavano casini con la magia. Era per questo che credevano di aver trovato nella magia che intesseva ogni singolo atomo dell’universo in cui vivevano una facile scorciatoia per risolvere i propri problemi.
E ne avevano creati di altri.
Tutto nasceva da un errore di fondo, a dire il vero: la magia era l’essenza spirituale che nasceva dalla materia ma sempre alla materia doveva appoggiarsi. Non c’era magia che interferisse sull’anima delle persone senza passare prima per la gabbia di carne che chiamavano “corpo”. Ci voleva una certa, approfondita conoscenza dei meccanismi del corpo umano per giocare così a fondo con essi e Viktor dubitava che la possedessero persino nel loro, “avanzatissimo”, 2017. Figurarsi quando il Dono del Simposio era stato concepito e applicato, poco più di un secolo e mezzo prima.

★Iniziativa: Questa storia partecipa al contest “Christmas Game – Puzzle Time” a cura di Fanwriter.it!
★Numero Parole: 3293
★Prompt/Traccia: #13: “Il Natale è una festa da passare con la famiglia!” “… sei tu la mia famiglia"
Note dell'autore: AFHFHKALKFJKLELJ
ODIO SCRIVERE I FINALI, MI VENGONO COSÌ MALE. T_T
Alla fine ho concluso questa fic ma tutti i commenti alla fine, per evitare i soliti spoiler.

There are many things that I would like to say to you
But I don't know how
I said maybe
You're gonna be the one that saves me
And after all
You're my Wonderwall
(Oasis | Wonderwall)

La loro casa era calda.

Georgij non aveva mai particolarmente apprezzato il caldo: era nato in climi freddi, si poteva dire che il suo corpo fosse stato temprato dai venti siberiani e dai cumuli di neve nel cortile del suo condominio. Col caldo aveva quasi il timore di sciogliersi pure lui, neanche fosse stato un pupazzo di neve.

Eppure era contento che l’appartamento che lui e Viktor dividevano da più di sei mesi, ormai, fosse così caldo. Avevano soldi a sufficienza per potersi permettere un posto con il riscaldamento funzionante e i fili elettrici che non minacciavano di prendere fuoco, appena si accendeva una luce di troppo.

Delle sue fortune stava imparando a fare tesoro, perché gli sembravano poche e rarissime e c’era bisogno che le racchiudesse nel palmo della mano con cura, per non schiacciarle, come petali di fiori recisi dal gambo che sarebbero comunque appassiti e seccati nel giro di poche notti. Lui poteva soltanto custodirli finché erano rosei e freschi e poi avrebbe imparato a conservarseli fra le pagine di un libro, ben seccati e da incastonare nel vetro, perché nemmeno il tempo riuscisse più a disfarli.

«Che noia…!».

Viktor, assiso languidamente sul brutto divano grigio a due posti del loro appartamento come un re sul suo trono, si stiracchiò – le braccia intrecciate sopra la testa, le gambe lunghe e affusolate che si allungavano ancora di più verso il pavimento. Kierkegaard, acciambellata al suo fianco in una nuvola di pelo grigio e bianco, lo imitò, affondando le unghiette nel tessuto ruvido e già rovinato dei cuscini e inarcando la schiena in un movimento assurdamente simile al suo. Maccachin, ai piedi del divano, sembrò risvegliarsi e abbaiò contento a quella frase, scodinzolando un paio di volte, prima di saltar su e accoccolarsi di fianco alla gatta. Kierkegaard, per spirito di corpo o pura pigrizia, lo lasciò fare e tornò a ronfare beata.

«A te non piace proprio stare a riposo, eh?» lo prese in giro Georgij, un mezzo sorriso sarcastico a piegargli in su le labbra sottili, lo sguardo blu che non si perdeva neanche un battito delle sue ciglia. Se ne stava appollaiato sul bordo del tavolo, le mani intrecciate in grembo e i piedi che ondeggiavano a mezz’aria, avanti e indietro, un appena ventenne ancora eccitato e orgoglioso di vivere in una casa tutta sua – seppure in affitto – e non più in un dormitorio per studenti.

Insieme a…

«Perché, a te piace?» ribatté Viktor, altrettanto sarcastico, ma la sua bocca a cuore troppo rosa assunse una piega molto più dolce, quasi zuccherosa, mentre lo prendeva in giro. Poi posò leggermente uno zigomo contro le due nocche ripiegate dell’indice e del medio, il gomito affondato nello schienale del divano, e gli lanciò uno sguardo obliquo, smettendo di guardare Maccachin che si divertiva a tirare un orecchio a Kierkegaard – povera gatta, voleva solo dormire!

Georgi provò a sostenere il suo sguardo per tre secondi netti, prima di abbassare il capo e guardare altrove, una mano premuta contro la bocca e le guance che si incendiavano di rosso intenso, perché stavano assieme da poco meno di due anni ma certe volte il suo cuore lo assordava di battiti feroci, se Viktor lo guardava troppo. E lui, in fondo, aveva vent’anni da appena una manciata di giorni, non poteva smettere di essere un adolescente insicuro in uno schiocco di dita.

«Non piace granché neanche a me ma… è Natale! Sai, il cenone della Vigilia...» cominciò a elencare sulla punta delle dita e Viktor, in sottofondo «Potevi dirmelo, ieri sera ti portavo ad ingozzarti all'All you can eat!».

«... E poi la messa di mezzanotte coi parenti...» continuò imperterrito Georgij, ché il suo ragazzo sapeva essere schifosamente dissacrante, ma quello insistette altrettanto sorridente «T'avverto che io alle funzioni in chiesa mi addormento, eh~».

«E poi gli addobbi, lo scambio di regali, l'abete decorato...».

Georgij aveva sollevato le mani e fissava un punto indefinito del soffitto, gli occhi scintillanti come se avesse avuto ancora cinque anni e potesse ancora credere alla magia del Natale con la stessa, ostinata ingenuità.

Viktor «Ti manca Novosibirsk, eh?» sorrise, triste, e Georgij abbassò il capo di scatto, raggelato da quel cambio di tono come da una folata di vento tagliente e decisa, e lo fissò con improvviso interesse.

Aveva solo vent'anni ma lo conosceva da abbastanza tempo per sapere cosa fosse in grado di immalinconirlo fino a quel punto. Provò persino a misurare le parole, mentre replicava con un cauto: «Un po' ma...».

«Allora perché non sei andato da loro? È importante per te, uh? E in fondo il Natale è una festa da passare in famiglia!» lo aveva incalzato Viktor, la bocca a cuore piegata in un sorriso troppo ampio, da spingergli gli zigomi verso l'alto e chiudergli gli occhi in due fessure sottili e intrise di malinconie.

Georgij deglutì rumorosamente, portandosi una mano al petto e artigliandosi la felpa del pigiama, trafitto da una puntura di spilli fitti e sottili che gli stavano attraversando il cuore da parte a parte.

Arrossì così tanto che persino la punta delle sue orecchie virò quasi al violetto ma lo fissò ostinatamente nei suoi occhi azzurri troppo stretti, mentre la lingua si appiccicava al palato e doveva lottare fin quasi a soffocarsi con l'imbarazzo che gli stringeva la gola.

«... Sei tu la mia famiglia... Vitya».

«Oh».

Viktor aveva spalancato gli occhi e la sua bocca a cuore si era aperta in quel tondo perfetto.

«Oh» e basta, aveva detto.

«Oh» e poi lo aveva fissato in silenzio.

Era così che Georgij si era rovinato i suoi rapporti precedenti, con quegli slanci di eccessivo affetto fuori posto, fuori tempo, fuori contesto. E poco importava che lui e Viktor stessero assieme da quasi due anni, che si conoscessero da nove, che si volessero bene. Avevano solo vent'anni e Georgij non era nemmeno la sua...

«Grazie».

Davanti allo sguardo sgranato dei suoi occhi blu, Viktor aveva sussurrato quell'unica parola guardandogli la bocca, il dorso della mano che elegantemente gli copriva la linea rosea delle labbra e la punta del naso che si colorava dello stesso rosa intenso che gli sfumava le guance - Viktor non arrossiva, per carità, non era un gesto leggiadro.

Poi aveva abbassato il capo, si era infilato le dita lunghe e bianche fra i capelli e si era grattato il capo con fare incerto.

Georgij non ce l'aveva fatta più. Era balzato rumorosamente giù dal tavolo e l'aveva raggiunto in tre saltelli imprecisi, appollaiandosi sul bracciolo libero del divano.

Viktor s'era trovato circondato da due braccia muscolose che gli cingevano le spalle e la testa premuta contro la stampa su felpa dell'Unico Occhio di Sauron, avviluppato dall'abbraccio più sconclusionato, impacciato e caldo in cui fosse mai stato coinvolto.

«... Scemo...» aveva borbottato in un mugugno soffocato contro il tessuto morbido e spesso della sua felpa e poi le sue braccia si erano sollevate piano e gli avevano circondato la vita in una stretta leggera. Georgij non aveva aperto nemmeno gli occhi, aveva solo sentito le sue dita ancorarsi alla sua felpa e si era limitato ad appoggiare il mento contro il suo capo, infilandogli le sue dita fra quei lunghi, setosissimi capelli color ferro.

Quando riaprì gli occhi, il sonno lo aveva appena abbandonato con discrezione da pochi istanti e la sensazione era stata quella di averli appena chiusi. Nessuno stordimento da troppo poco sonno interrotto all’improvviso, nessun torpore mortifero che gli gravava sul capo come un cerchio di ferro bollente.

Georgij aveva aperto gli occhi e si era ritrovato a fissare la faccia di Viktor. L’angolo liscio della sua mascella, a dirla tutta. Aveva la faccia sprofondata contro il suo collo ma non erano accoccolati sul vecchio divano grigio del loro monolocale a San Pietroburgo.

Erano nel loro bel lettone a tre piazze di Villa Dulcamera e le sue dita toccavano quasi per caso quelle di una terza persona. Yuuri dormiva un sonno quieto e silenzioso accovacciato contro l'altro fianco di Viktor, la testa posata sul suo petto, proprio lì dove batteva il suo cuore.

Non gli capitava spesso di sognare tanto vividamente del suo passato con Viktor a San Pietroburgo ma non poteva dire che quel ricordo saltasse su a sproposito. Era diventata una tradizione, per loro due, scambiarsi reciprocamente quella frase ogni Natale. L’anno successivo era toccata a lui dirglielo, più per scherzo e per ricordare a entrambi quel momento. Se l’era portato dietro a Novosibirsk per il 7 gennaio e alla fine del cenone, mentre erano da soli a smaltire il troppo cibo e il tanto alcool con cui l’avevano innaffiato, Georgij aveva abbracciato la sua vecchia cameretta con uno sguardo e “Il Natale è una festa da passare in famiglia, dopotutto” aveva esclamato. Non si sarebbe aspettato null’altro che un “già” da parte di Viktor: il suo “sei tu la mia famiglia”, per quanto pronunciato con quel suo tono elegantemente sarcastico, non aveva saputo né di scherzo né di menzogna, e si era meritato l’ennesimo, soffocante abbraccio stritola-ossa.

Avevano continuato a ripeterselo quasi per scaramanzia, anno dopo anno, scambiandosi il ruolo di chi poneva la domanda e chi dava la risposta ininterrottamente per nove anni… fino all’anno precedente. La scusa ufficiale che si era dato nel chiuso della sua mente era stata che negli Stati Uniti il Natale lo festeggiavano proprio in coincidenza del compleanno di Viktor e quel giorno loro due neanche erano stati assieme.

Il motivo vero, il motivo che lo aveva spinto a nicchiare la questione anche il sette gennaio 2016 era stato ben altro. Il suo sguardo scivolò di nuovo sul profilo tondo e addormentato di Yuuri: cosa ne sapeva di che genere di risposta gli avrebbe dato Viktor, ora che era arrivata la sua anima gemella? Georgij era stato così fermamente convinto per intere settimane che il ballerino stesse trovando il modo di scaricarlo, che aveva evitato radicalmente di porgli domande su questioni delicate, nel timore che accelerassero l’inevitabile rottura.

A un anno di distanza si sentiva così stupido ad essersi fatto tutti quei problemi, soprattutto ora che la realtà si era divertita a sconfessarlo tanto clamorosamente. Sospirò flebilmente, intrecciando le dita a quelle ancora addormentate di Yuuri, e si accoccolò contro il collo di Viktor, intenzionato a prolungare il suo sonno di un altro paio d’ore per lo meno…

«Allora sei sveglio, bell’addormentato!».

La mano di Viktor lo raggiunse insieme alla sua voce, bassa e arrocchita dal sonno, e le sue dita gli solleticarono la nuca, costringendolo a sollevare lo sguardo, per trovarsi davanti la sua bocca a cuore che gli sorrideva sorniona.

«Stavo proprio per tornare a dormire, strega cattiva» ribatté Georgij, in un sussurro che sembrava il brontolio del mare agitato da una tempesta, e Viktor si lasciò andare a una risata sommessa e silenziosa, che pure gli fece tremare il petto, prima di chinarsi su di lui e baciarlo.

I baci di Viktor avevano sempre qualcosa di intossicante, capaci di fargli girare la testa come nessun liquore riusciva a fare, non importava quanti anni avessero passato assieme – e Georgij certe volte si chiedeva persino che genere di effetto devastante potessero avere su Yuuri, a cui il tatuaggio doveva amplificare quelle sensazioni di parecchio.

Lo ricambiò, spingendosi con fare più possessivo del previsto contro il suo volto, una gamba di Viktor ancora intrappolata fra le sue cosce, ma fu costretto a fermarsi precipitosamente, quando la mano del suo ragazzo scivolò dalla sua nuca giù per la sua schiena, fino a intrufolarsi sotto l’elastico del suo pigiama e afferrargli una natica con fare possessivo.

«Vit…».

«E poi mi rimproveravi perché volevo fare porcate con gli ospiti ancora in casa! Meno male che stanno tutti dormendo» lo interruppe Viktor, la voce assottigliata da un’insinuazione maliziosa e la fronte tutta premuta contro la sua, e il suo sguardo azzurro fu capace di farlo arrossire persino più delle sue dita rapaci e fin troppo indiscrete.

«Che dici, vogliamo dare il bacio del risveglio anche al nostro bel principe?» concluse, leccandosi le labbra con fare affamato, e – Gesù! – perché doveva ricordargli com’era stato capace di trasformare i suoi più stupidi sogni romantici in perversioni da camera da letto?!

«Oh! … e finitela, che voglio dormire…».

Yuuri accompagnò quel mugugno impastato di sonno con un calcio esasperato sotto le coperte, che ebbe il solo effetto di far scoppiare Viktor in una gran risata e distrarlo a sufficienza dai suoi propositi di trasformare quell’innocuo abbraccio in ben altro. Con tanti ringraziamenti da parte di Georgij, che se fosse stato toccato a quel modo per altri tre secondi, giurava che avrebbe smesso seduta stante di ricordarsi che c’erano ospiti ancora addormentati dall’altro lato della villa.

«È inutile che ridi! Non puoi svegliare la gente così presto» sbadigliò Yuuri vistosamente, puntellandosi sul gomito intrappolato contro il materasso. L’altra sua mano rimase stretta a quella del regista russo, poco sopra la pancia di Viktor, mentre Yuuri fronteggiava Viktor, gli occhi assottigliati dal tentativo di mettere a fuoco il suo volto senza doversi infilare gli occhiali.

«Ma, porcellino mio! Sono le dieci!» gli fece notare Viktor con fare saputo, l’altra sua mano che risaliva lungo la schiena del ballerino giapponese, fino a posarsi in una carezza languida sulla sua nuca, mentre quello si chinava su di lui e con fare a dir poco indignato, esclamava: «Ma io e Zhora, a differenza di qualcun altro, siamo andati a dormire alle quattro!».

Viktor rise, di nuovo, ma non si lasciò scappare l’occhiata rapida e complice che i suoi due ragazzi si erano scambiati, prima di tirare Yuuri per la nuca e premersi contro le sue labbra in un bacio languido e caldo, quanto quello che lui e il regista russo si erano scambiati pochi minuti prima. Georgij vide Yuuri fremere e le sue sopracciglia aggrottate spianarsi in un’espressione di rossissimo imbarazzo ma gli sarebbe bastata la stretta spasmodica in cui il ballerino giapponese aveva improvvisamente intrappolato le sue dita, la sensazione del battito accelerato del suo cuore contro il palmo, per capire che, sì, Viktor su di lui aveva effetti altrettanto devastanti.

Non gli sfuggì nemmeno il modo in cui l’altra mano di Viktor compiva lo stesso, perverso percorso verso il basso e scavalcava l’orlo dei pantaloni di Yuuri – davanti – prima che quello si staccasse a fatica dalla sua bocca e lo rimproverasse con voce alterata: «Stai buono!».

Viktor rise e, fingendosi offeso, replicò a stretto giro con un acuto «Ma come siete cattivi! E io che volevo farvi godere lo spirito natalizio fino in fondo… e fare anche un bel regalino di compleanno a Zhora!» prima di rivolgere un occhiolino divertito a Georgij e provocare un generale roteamento di occhi perché, non che lo spirito d’iniziativa di Viktor non fosse sempre ben accetto ma che, perlomeno, desse loro il tempo di cacciare gli ospiti di casa!

«Uff… non posso neanche dire che sei fuori strada… in Giappone non è come qui negli Stati Uniti… il Natale è effettivamente la festa degli innamorati» sbuffò Yuuri, una guancia appoggiata contro il pugno ripiegato e il gomito ancora affondato nel materasso, e si ritrovò ben restio a concedere la ragione anche solo di sfuggita alla sua anima gemella. Non colse l’occhiata blu e incuriosita di Georgij, mentre Viktor esclamava: «Oh sì, è vero, per voi giapponesi il Natale è una specie di San Valentino! Dovremmo passarlo a casa di Yuuri il prossimo Natale, non trovi, Zhora?».

«Voi in Russia fate come qui negli Stati Uniti, giusto?» intervenne Yuuri, altrettanto curioso, prima che Georgij potesse aprir bocca e fu così che il regista si ritrovò a rispondere prima di tutto a lui quando «Beh, eccetto il fatto che cade di sette gennaio e non il giorno del compleanno di Vitya… sì, alla fine si pranza tutti assieme alla vigilia, ci sono gli addobbi, la messa di mezzanotte… e poi, sì, solitamente è festa nazionale, quindi torniamo a casa e lo trascorriamo con le nostre famiglie» cominciò ad elencare nel suo tono più fondo e pacato, la testa poggiata contro la spalla di Viktor.

Fu a quel punto che le mani del ballerino russo smisero di giocare con loro e risalirono, i palmi ben aperti che si premevano al centro esatto della sua schiena e di quella di Yuuri, e Viktor che se li stringeva entrambi contro il petto, mentre esclamava: «Si può dire che abbiamo rispettato anche la nostra tradizione, non è così Zhorochka?».

Georgij lo guardò, lo sguardo sgranato dalla sorpresa, fissò il sorriso genuinamente felice che gli piegava verso l’alto gli angoli della sua bocca a cuore e gli occhi azzurri che brillavano come quelli di un bambino davanti ai regali di Natale, sotto l’albero. Poi fu con la coda dell’occhio che beccò Yuuri distogliere lo sguardo dal volto del ballerino russo e fissarlo sul suo quasi nello stesso istante. Gli teneva ancora la mano stretta, quando tornò a fissare Viktor e annuì, pianissimo.

«Sì, Vitya… sì, abbiamo… decisamente rispettato la tradizione anche quest’anno».

Yuuri gli rivolse lo stesso sorriso piccolo e un po’ tremante e si ritrovarono entrambi ad accoccolarsi nuovamente contro il petto di Viktor, mentre quello, fiero e soddisfatto come un grosso gatto sazio, si stiracchiava sotto di loro e se li teneva abbracciati, sospirando profondamente.

Era tutto meravigliosamente strano e imperfetto. C’erano stati lunghi momenti devastanti, in quell’anno che si andava chiudendo, in cui avrebbe voluto mandare tutto all’aria, settimane infinite come ere geologiche in cui tutta la sua vita si era ridotta al piccolo centro buio del suo studio, fra i suoi pupazzi sconclusionati e le sue storie troppo drammatiche, che avrebbero dovuto anticipare chissà quali disastri nel mondo reale.

Una parte di lui, quella abituata ai pianti, al dolore e a dirsi che in fondo tutto il peggio della vita se l’era sempre meritato, faticava ancora a credere di non essere in un bellissimo e crudelissimo sogno ma era tutto vero. Era vera la mano calda e soffice di Katsuki Yuuri premuta contro il suo palmo. Era vero il respiro tranquillo che alzava e abbassava il petto di Viktor sotto il suo orecchio.

Psicopatico, freddo, squilibrato, strega… in quasi trent’anni di vita – sul serio o per “scherzo” – Georgij Popovič si era visto rivolgere gli insulti più prevedibili ma anche più coloriti a riguardo della sua presunta menomazione. Essere un Incompleto in quel mondo, nel loro mondo, era ancora considerato un peccato imperdonabile e lui, a lungo, ci aveva persino creduto.

Neanche al suo animo vendicativo importava più di tutte quelle persone che quelle parole le avevano snocciolate al suo indirizzo – perché invidiavano la sua vicinanza con Viktor, perché erano accecati dai pregiudizi, perché non sapevano andare oltre il suo aspetto o per pura voglia di fargli del male. Avrebbe voluto trovare un modo, però, per dirglielo, per dirlo a tutti quanti, che si erano sbagliati.

Non aveva bisogno – non ne aveva mai avuto – di vedersi spuntare un tatuaggio sulla pelle per sapere che il suo cuore e la sua mente erano capaci di amare così tanto da non farsi bastare nemmeno una persona sola. Forse nessuna magia gli avrebbe mai concesso la grazia – o l’illusione – di sentirsi Completo ma andava bene così. Non aveva avuto bisogno di nessuna magia per incontrare Viktor e Yuuri e non c’era stato bisogno di nessuna, mitica predestinazione per restare al loro fianco.

La vita sapeva essere una strega ben peggiore di lui e non si illudeva che di momenti difficili non ce ne sarebbero stati. Ci sarebbero stati quelli, le incomprensioni, i drammi e, anche in quel caso, andava bene. Avrebbe trovato il modo di risolverli, tutti.

Gli sarebbe bastato continuare ad amare Viktor e Yuuri nello stesso modo impreciso, imperfetto e disperatamente profondo con cui li aveva amati fino a quel momento.

Tutto il resto, tatuaggi compresi, erano solo casualità superflue di cui poteva fare a meno.

Note finali:Vi avevo promesso un capitolo di chiusura breve e felice e ho mantenuto la promessa.
Credo.
Era una chiusura fluff a una raccolta che doveva essere un'allegra serie di stronzate e invece è stata una mitragliata d'angst che leviamoci tutti, ma perché? Sì, me lo chiedo da sola.
In ogni caso. Il prompt si prestava tantissimo per questo genere di fluffate criminali, io ci ho sparato dentro il solito flashback - questa è la raccolta dei flashback, JFC - che tra l'altro aveva la medesima ambientazione di "My December", perché ho degli headcanon molto precisi sui Viktorgij e, niente, ritornano sempre. Dovunque.
Non so che dirvi, sono svuotata e stanchissima alla fine di questa raccolta, penso di averci spremuto dentro tutte le mie forze mentali residue ma sono contenta di com'è venuta. Mi mancherà un casino ma sicuramente tornerò a scrivere su tutti questi debosciati nel contesto della soulmate!AU perché:
a) ma i momenti angst su Yuuri che arriva e Georgij che si vuole impiccare non li vogliamo mettere?
b) ma pensate che io non abbia progetti sul povero Michele? FOLLI! *la portano via*
E nulla, vi ringrazio da morire di avermi seguito con pazienza fin qui, nonostante gli svarioni e gli headcanon molto peculiari (diciamo così), e i tatuaggi, il polyamory, l'unrequited love sparato quando non ve l'aspettavate e l'ANGGGGST.
VVB e a presto ♥ (che tanto c'è il p0rnfest, non posso mica nicchiarlo così, oh)
P.S.: comunque faccio schifo a trovare le chiusure anche NELLE NOTE.

 
 
 

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